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A Chris

A Chris McCandless devo molte cose.

Devo anzitutto i miei anni migliori, quelli più tragici e tormentati ma anche quelli più importanti e vitali. Se a tredici anni non avessi affittato Into the Wild non avrei mai parlato di Chris all’esame di terza media, ingabbiandolo nel tema di italiano. Non avrei mai vissuto così intensamente la prima superiore, elargendo a chiunque mi fosse vicino la voglia di vivere in profondità che Chris aveva trasmesso a me. Non avrei mai letto Thoreau a quindici anni, provando quell’intento esistenziale di non voler vivere una vita di quieta disperazione. Durante l’inverno della terza superiore non avrei mai ascoltato Take It Back dei Pink Floyd, guardando la neve cadere nei campi dietro casa e pensando all’Alaska, quel posto dove vorrei mettere le radici un giorno. Non avrei mai cominciato a leggere i grandi classici della letteratura a diciassette anni, cercando in ognuno di essi un riflesso di bellezza pura, grezza e seria. Non avrei mai mantenuto il mio io vivo e vegeto durante la quinta superiore, l’anno peggiore della mia vita, il più difficile da affrontare emotivamente. Quello che c’è stato dopo è solo una desquamazione continua di un camaleonte che cerca di adattarsi. Ma l’amore per la vita, quello proprio di Chris e che mi ha trasmesso quando avevo tredici anni, è rimasto fisso e immutato; credo che sia eterno. In fondo, come potrei disimparare l’amore per il sole, per il profumo dei fiori, per il cielo terso e stellato, per la vita stessa, per la libertà di sedermi un attimo alla scrivania e scrivere queste parole, stupide sì, ma gravide di un’ammirazione atemporale per una persona che mi ha reso ciò che dovevo essere? Non potrei, mai.

Don’t you know, you’re life itself

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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