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Al bar con Karl Ove Knausgård

Quand’è che ci rivediamo, Karl Ove? Mi sei piaciuto molto, l’altro giorno. Eravamo al bar e mi hai raccontato la tua vita, misurabile in cinquecentocinque pagine; mi hai fornito di qualche dettaglio abbastanza intimo, mi hai parlato soprattutto di tuo padre, di come in silenzio gli hai voluto bene. Ah, più volte mi hai detto che ti piace tanto David Bowie, questa è una cosa che abbiamo in comune, e hai anche detto di saper suonare Space Oddity: potremmo suonarla insieme, però dovrai avere pazienza perché è da qualche mese che non abbraccio la chitarra. E non so cantare, quindi dovremmo invitare qualcuno che possa farlo. Tu suoni la chitarra elettrica e io ti accompagno con quella acustica. Che ne dici, eh? Ci stai? Ma Karl Ove, quand’è che ci rivediamo? Seriamente, devo sdebitarmi. Ti offro un caffè e ti ascolto una seconda volta, perché hai sicuramente altre cose da raccontarmi. Si percepisce, si percepisce che hai un animo buono e sensibile, che sei pregno di sentimenti umani e di bellezza interiore. Soprattutto si intuisce nitidamente che ti piace tanto raccontare, parlare, condividere. Ti piace la solitudine ma non puoi fare a meno di raccontare e, okay, preferisci parlare con te stesso, perché probabilmente è la cosa più complicata e affascinante del mondo, ma ogni volta che lo fai il tuo dialogo interiore rimbalza fino ad arrivare all’orecchio degli altri — o meglio, di chi ti vuole ascoltare. Almeno, è stato così con me, al bar, l’altro giorno. La barista non s’è nemmeno accorta della nostra presenza insistente. Abbiamo tenuto due posti occupati e nessuno ne ha fatto un problema. Questo è bello, significa che non abbiamo disturbato neanche quando la tua voce si infervorava al punto da farsi sentire fuori dal locale. Io invece — sempre zitta — mi infervoravo dentro. Camminavo nella tua vita fatta di parole, calpestavo il tuo giardino, perlustravo il salotto di tua nonna ed ero dietro di te quando hai dato il tuo primo bacio. Tu lo sapevi e non mi hai mai biasimato. Forse ti ho procurato qualche mal di testa ma non è stato un problema, perché hai continuato a raccontarmi la tua vita mentre io gradualmente ci entravo, diventavo parte integrante dell’arredamento, venivo assorbita dai tuoi pensieri e fluttuavo nell’azzurro cristallino dei tuoi occhi. Tutto questo sembra assurdo e lo è. Assurdo e surreale. È qualcosa oltre ogni aspetto fisico, ogni razionalità. Tu piangi di fronte a un’opera d’arte e io piango dietro le tue spalle, perché conosco tutto questo senza averlo mai chiesto. Sei potente, Karl Ove. Fremo dalla voglia di rivederti al bar per sentirti parlare ancora una volta. Dimmi il giorno e io ci sarò. Ah, magari ricordati di portare la chitarra, così suoniamo Starman o Space Oddity o, ancora meglio, Ziggy Stardust — l’idolo di chi, innamorato della vita, si sente sempre giovane.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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