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All'uomo delle stelle

Il dieci di gennaio è morto David Bowie.

Mentre una buona parte dei miei amici di Facebook riempiva le bacheche di ossequi a David, io mi sono allontanata e astenuta dal pubblicare qualcosa che lo ricordasse. Solo oggi, a distanza di giorni, mi sento di dire qualcosa. Non che prima d’ora avessi dovuto metabolizzare una strana forma di mestizia, semplicemente dovevo tornare a essere abbastanza lucida per scrivere qualcosa di consono e sensato — sempre che questi termini possano venir attribuiti alla mia persona. Oggi mi sento in dovere di scrivere qualcosa su David, pur sapendo che potrebbe non interessare a chi segue questo blog. Il fatto è che devo farlo, è un’esigenza che parte dal profondo del mio corpo, precisamente dal costato; è una fitta penosa che mi sento in obbligo di analizzare e questo lo posso fare soltanto trasformandola in parole.

La mattina dell’undici di gennaio mi sono svegliata piuttosto tardi rispetto all’ordinario. Alla fine ero giustificata: la sera prima ero uscita e avevo fatto tardi. Ero tornata a casa ascoltando David cantare Changes, Where are we now?, Starman completamente ignara di quello che sarebbe successo di lì a poco dall’altra parte del mondo – erano le due di notte e avrei preso sonno soltanto alle tre.

La mattina stessa mi sono svegliata senza il suono della sveglia ma per altri motivi: il meno rilevante è che fuori dalla finestra c’era troppo casino per continuare a dormire beatamente — c’era un vento molto forte, il cielo era di quel raro candore che esce fuori quando il sole violenta le nubi coi suoi raggi ardenti, ogni cosa, muovendosi concitatamente e gonfiandosi di ossigeno, dava l’impressione che quel giorno nel mondo fosse cambiato qualcosa: una legge naturale, un gene mutato, un nuovo composto organico. Non so che cosa, ma avevo il sentore che qualcosa fosse davvero mutato. Ho aperto la finestra per poter partecipare a quel trambusto aeriforme e ho sentito un intenso odore di ozono, causato dal forte vento. Tra la veglia e il sonno, ho pensato che quello fosse il giorno tanto atteso e temuto, la sincope per antonomasia, il termine ultimo delle preghiere, l’apocalisse che ogni uomo del terzo millennio auspica ma che poi non ha il coraggio di affrontare. Ma no, non era l’apocalisse. La realtà non poteva essere così banale e così semplicemente comprensibile, c’era una verità più tagliente alla base di tutto. Ed è stato il messaggio di un amico a farmela conoscere, il secondo motivo per cui mi sono svegliata.

David Bowie era morto.

No. No. No. Ho balbettato tra me e me che non era possibile. Ho immediatamente spento tutti i dispositivi che quotidianamente mi tengono connessa al mondo virtuale e mediatico, perché non volevo vedere foto di David né sentirlo cantare. Poi mi sono ricordata che la notte stessa l’avevo passata a girovagare nella nebbia con Changes, Where are we now? e Starman. A quel punto, con aria penosa e drammatica, mi sono domandata se David avesse abbandonato la terra nel momento esatto in cui io stavo ascoltando quelle tre canzoni. La risposta è stata un’assenza totale di suono piuttosto ambigua e funesta. Una nenia del silenzio mortale.

David è morto.

Allora avevo ragione a credere che quel giorno qualcosa al mondo era cambiato. E purtroppo si trattava di qualcosa che non sarebbe più tornato indietro, se non nella mente di chi ha la forza di immaginare. Se penso alla prima volta che ho ascoltato David, mi torna in mente la seconda media. Era estate, credo, comunque faceva un caldo bestiale. Ero in macchina, sì, e c’era un disco che trasmetteva una canzone meravigliosa: era Rebel Rebel che con quella chitarra così pungente e volgare mi ha conquistata subito. Da quel momento, ho preso ad ascoltare di continuo Rebel Rebel, limitandomi al significato letterale del titolo: Ribelle. A dodici anni non puoi sapere che cosa comporti l’essere anticonformista, stravagante, miscredente. E io effettivamente non lo sapevo. Ma ascoltando il giovane David cantare quella canzone, con la sua voce limpida che suscitava in me felicità, mi ero fatta un’idea più o meno chiara di chi sarei diventata di lì a poco: un’adolescente.

Se allora penso alla mia adolescenza, non posso che ricollegarmi a David. Con le sue canzoni, scoperte di volta in volta, David ha battezzato ogni mio attimo di sacra beatitudine adolescenziale. Ed essendo lui alla radice di ognuno di essi, posso concludere che anche oggi David è presente in quei sempre più rari attimi di pace e bellezza che contornano la mia esistenza. Ventuno anni, però, non sono come la pubertà.

A quattordici anni ho conosciuto la bellezza eterea, sublime e nobile di Heroes — probabilmente la canzone più canticchiata del mondo. Ma a quattordici anni non hai idea di che cosa sia la vera bellezza, almeno fino a che non la incontri. Io non l’ho beccata a bighellonare per strada, ma in un vecchio cassetto pieno di dischi. Fin da subito tra me e Heroes si è creato un rapporto di loop: non potevo smettere di ascoltarla perché dentro di lei ci avevo riposto segreti che nemmeno al migliore amico si svelano. L’indispensabilità di Heroes è diventata ben presto il bisogno di scrivere qualcosa ogni sera, di modo che potessi liberarmi dai banali pensieri adolescenziali in compagnia di David.

A quindici anni, poi, ho sentito su RockTv Ziggy Stardust, con tanto di videoclip surreale e ammaliante, e in quel momento ha avuto origine in me la voglia ansiosa di imparare a suonarla con la chitarra. G, D-Dsus4, Cadd9, G/B, Am7 — questa sequenza di accordi, ripetuta per quattro volte, è la formula di una delle intro più belle di tutte le canzoni rock. Ostinatamente, volevo diventare come il buon Ziggy. Non fisicamente ma quantomeno stilisticamente. Ero convinta, come lo era David, che al mondo ci fosse bisogno di gente stravagante, seducente, speciale, originale e, soprattutto, indipendente da tutto il resto perché, già lo avevo intuito, il resto era solo merda. E io mi ero messa in testa un’idea del genere.

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I sedici anni sono stati invece l’età più importante per la mia formazione. Voglio dire, avevo voglia di abbandonare la scuola che stavo frequentando, mi rintanavo come una scorbutica nei libri di narrativa, mi ostinavo a non voler capire che il mondo non poteva essere come volevo io. Avrei dovuto mettermi in testa che nulla cambia ma, studiando Lavoisier a scuola, era ineluttabile far mio il motto: “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto muta”. Il che, allegoricamente, poteva diventare un’intera esistenza fatta di ciò che volevo: dischi, libri e sole. Sul finire della terza superiore, David è tornato come un terremoto con Starman — un’ancora di salvezza che ha restaurato le mie giornate ormai sbiadite. Prima di allora avevo sempre ignorato questa canzone, non so per quale motivo: probabilmente non ero ancora abbastanza alinea per comprenderla e il mio istinto mi teneva saggiamente alla larga da lei. Ad ogni modo, con Starman si è creato immediatamente un rapporto somatico: il collegamento tra me e David aveva finalmente un origine ed era l’ombelico. La sua musica, con tutti i segreti e le storie che ci avevo nascosto, era diventata mia amica, la ricetta ideale per risolvere i dispiaceri da sedicenne e rappresentava la scoperta più importante che avessi potuto fare nella vita, ovvero che al mondo c’è sempre della bellezza da contemplare. There’s a starman waiting in the sky, solo più avanti avrei capito l’importanza di questo versetto.

I diciassette sono stati anni vulcanici. La testa mi esplodeva di idee e mi trovavo impelagata a seguirne una per poi correre dietro a un’altra. Mi dolevano i polsi perché la pulsazione cardiaca mi diceva di seguire altri ritmi. Ritmi che non avevano nulla a che vedere con la scuola. Non so come siano i diciassette anni delle altre persone — e a volte mi viene voglia di chiederlo un po’ a tutti coloro che li hanno superati — ma i miei sono stati determinanti sotto diversi punti di vista. Se per qualche scherzo fantascientifico avessi avuto la possibilità di saltarli, ora non sarei chi sono. E David mi ha fatto un grosso regalo con Changes e Life on Mars?, canzoni vecchie più di me ma assimilate soltanto a quell’età. Avevo fatto miei i principi base di quelle melodie: le note della voce di David erano amminoacidi che andavano a formare una grande proteina che, in senso metaforico, mi teneva in vita. Gli anni più belli della mia vita non potevano essere suggellati in modo migliore. E queste due canzoni di David sono lo scrigno di ricordi tanto belli quanto irripetibili. L’energia dei diciassette anni, la carica, l’ostinazione, il coraggio, l’ambizione, l’ironia e anche la malizia, il sentirsi un po’ più grandi rispetto all’anno prima, il sentirsi continuamente innamorati anche senza nessuno da baciare, l’essere potenti perché si ha la bocca per parlare e le mani per scrivere, la percezione di essere soggetti con un’identità propria e prender coscienza del fatto che questa evidenza, apparentemente scontata, è la più bella delle evidenze umane. Changes mi ricorda un compleanno, una scodella di panna montata con fragole e l’odore nostalgico di candeline spente. Life on Mars? mi porta ineluttabilmente alla mente l’immagine della fermata del bus per tornare a casa e la bizzarra situazione in cui hai fame e sei stanco e ciononostante non vuoi rincasare, perché casa è ovunque ed essere ovunque è indifferente.

All The Young Dudes ha posto la firma al mio essere maggiorenne. I diciotto anni sono stati come quella canzone: mi sentivo piena di vita e al tempo stesso una strana catalessia stava lentamente invadendo i miei organi interni. La tipica decadenza adolescenziale. L’inevitabile passaggio dal mondo in cui ci si era appena abituati a uno nuovo, e questo volo interstiziale da una realtà a un’altra mi ha causato una sorta di jet lag che non potrò dimenticare molto facilmente. Tra i trecentosessantacinque giorni di indecisione, confusione e malinconia indicibile, i rari giorni di autentica serenità sono stati accompagnati da David che, con Space Oddity, mi ha portato in un mondo isolato e fenomenale, e ciò mi diede la conferma che lui non era di questo pianeta. Avrei dovuto intuire già allora che prima o poi sarebbe tornato sulla sua navicella per tornare a casa. E David è tornato a casa.

David è morto.

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La sera dell’undici di gennaio ho casualmente ritrovato una poesia che avevo scritto tempo prima in balia di un sentimento serio. Parla di un uomo delle stelle a cui facciamo capo, perché siamo tutti fatti della sua stessa essenza e della sua stessa energia, e da lassù ci contempla perché, come lui, siamo fatti di una bellezza importante. Noi siamo solo un eco di quel ruggito cosmico che riempie ciò che è fuori dal nostro campo visivo. E David è passato da una forma corporea a un’onda sonora — che poi essenzialmente lo è sempre stato — ed è lassù, in quel sussurro infinito, per riempire lo spazio della sua dolcezza; è con l’uomo delle stelle, perché l’uomo delle stelle è Ziggy. Per dirla meglio: è quello stesso starman waiting in the sky della canzone. Ebbene, scrivendo in versi dell’Uomo stellare, in cui io credo, ho fatto il giuramento di fare uno sforzo mentale, che è quello di immaginare, quindi connettermi con ciò che sta oltre la barriera atmosferica. E ho promesso in nome del cordone ombelicale che mi lega a David che continuerò a parlare di lui così come facevo alle superiori, come si parla di un fratello e di un buon amico. Perché in ogni cosa bella che la mia mente partorisce o che le mie mani ritraggono, c’è David. David che è nel mio DNA da quando l’ho ascoltato per la prima volta a dodici anni. David Bowie che chiamerò per sempre per nome, così come si fa tra amici. Amici intimi.

Non ci sarà un finale vero e proprio a questo post prolisso, perché non è nella natura di David avere un termine. Infondo, nemmeno con l’ultimo album ha avuto un finale; il congedo che ci ha dato è un’eredità che dobbiamo coltivare e trasmettere di modo che nulla sia vano e che la sofferenza sia finalmente solo un racconto. Così come il Demiurgo è eterno, David, io, te e tutti quanti saremo infiniti nella ineffabilità dell’universo. Saremo ricongiunti alla semplice origine della vita, quella perfetta combinazione da cui per mitosi si ha tutto il resto.

All’uomo delle stelle, io brindo bevendo dal calice della musica, dell’arte, dell’estetica, della cultura, della natura, dell’umanità, della spontaneità, dell’anticonformismo, a tutto ciò che è stato e che sarà. In un climax ascendente, brindo alla vera bellezza che è eterna, seria e che bacio ogni giorno, alla forza del ricordo, all’onestà delle parole, alla poesia. A te. A noi. Al compagno di sempre e per sempre: a David, a Ziggy, perché ogni cosa va chiamata col suo vero nome.

David Bowie non è morto. È in questo post. E ci contempla.

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Sara Marzi

Sara Marzi

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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