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Come Caino e Abele a est di Eden

Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!

(Genesi 4,10)

Il film East of Eden (1955), in italiano La valle dell’Eden, è un’interpretazione in chiave psicanalitica della storia di Caino e Abele; nello specifico è la storia di un figlio, Cal (James Dean), che cerca disperatamente di piacere a un padre, Adam (Raymond Massey), che invece preferisce il primogenito, Aron (Richard Davalos).

Cal Trask deve sapere. Deve conoscere realmente le sue origini, che gli sono rimaste celate per lungo tempo. Le menzogne non reggono più e tra mille contraddizioni e reticenze ambigue Cal intuisce. Intuisce molto chiaramente che sua madre non è morta, ma è viva e gestisce un locale malfamato a Monterey.

Nella California del nord, i monti Santa Lucia, scuri e minacciosi, si ergono come un muro tra la pacifica città agricola di Salinas e il porto rozzo e caotico di Monterey, a venticinque chilometri di distanza.

Quello che serve sapere a Cal, in particolare, è il motivo per cui è uno sbarbatello odiato dal padre; vuole sapere cos’è che lo ha reso disadattato e geloso; deve capire perché è (considerato) cattivo e fuori posto. Deve avere risposte immediate o l’inquietudine potrebbe annichilirlo definitivamente. È per questo che, a inizio film, attende sua madre seduto ai bordi della strada del centro di Monterey.

Lei si chiama Kate ed è una donna dall’aspetto elegante, anche se evidentemente sciupato dal passare degli anni. In quel giorno assolato porta un abito lungo e scuro, il cappello nero con tanto di veletta che filtra le rughe e la pelle ormai incartapecorita come quella degli ottuagenari; le mani avvolte in guanti marroni che nascondono l’artrite; la borsa piena di denaro da versare in banca in fretta. Cammina spedita, noncurante della presenza di Cal, suo figlio, che la spia dall’altro lato della strada. La rabbia in lui cresce fino a divampare in un disperato tentativo di parlarle, e approda a un dialogo febbrile con la guardia di lei, che lo blocca poco dopo aver lanciato alcune pietre contro le finestre del bordello: “dille che la odio”.

Il ritorno a Salinas finisce per essere un viaggio denso di sconforto, durante il quale Cal ripete a se stesso, a più riprese, “devo parlarle”. Deve, non ci sono alternative. Solo lei può dare risposta alle domande che lo tormentano assiduamente. Così, qualche sera più tardi torna a Monterey, dove, con fare silenzioso, si intrufola nel bordello. Fingendosi parte integrante della situazione, riesce ad arrivare al corridoio che conduce alla stanza di sua madre: spinge la porta e la trova appoggiata a una poltrona. È pallida, è stanca, le mani sono tese. Straparla in un’agitazione onirica che non stona affatto con le borse e le rughe, sintomo di una natura inquieta. Cal si inginocchia di fronte a questa sagoma di sangue e ossa.

Finalmente sua madre è, esiste, e non è più una menzogna. Gli occhi baluginano di una tristezza parassitaria, che ora sembra lasciarsi domare da una gracile gioia e ora sembra cedere alle lacrime più amare. In un sussurro prova a parlarle, ma lei si sveglia ed è spaventata dalla presenza efebica di Cal, inaspettata e poco gradita; una presenza fantasmagorica, forse. Che sia un’allucinazione? Suo figlio, abbandonato poco dopo il parto, è realmente lì, ai suoi piedi, a supplicarle di ascoltarlo? Con un impeto di disprezzo lo rifiuta e ordina immediatamente alle guardie di cacciarlo. Cal viene sollevato di scatto, gli viene strappato ancora una volta il cordone ombelicale che per un attimo sembrava avergli concesso di nuovo ossigeno e speranza; Cal, con tutta la forza che ha, cerca di opposi a quella forza bruta e anomala che lo sta allontanando dalla fonte luminosa, e poco prima di venire pestato dalle guardie, in un latrato saturo di tristezza inaccettabile, che è l’eco di un rifiuto diuturno e ingiusto, grida la parola mamma. Una parola per troppo tempo negata.

Cal odia realmente sua madre, Kate? Questo amore-odio è, forse, determinato e alimentato dal fatto che Cal sa di essere come lei. Avverte in sé lo stesso magnetismo che è presente in lei, la stessa tendenza verso ciò che ritiene essere il male, che è anche il motivo principale per cui è considerato dal padre “il figlio tralignato”, la prole condannata da un biblico ammonimento a essere non solo nel nome ma anche nella persona il carnefice di suo fratello.

Cal e Aron come Caino e Abele, figli di Adam(o). Si realizza quindi un destino che è già scritto nel testo sacro, lo stesso che il padre legge di frequente ai figli, ad Aron per trasmettere un’integrità fasulla e a Cal per correggerlo e biasimarlo.

5 Ti ho manifestato il mio peccato,
non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie colpe»
e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.
6 Per questo ti prega ogni fedele
nel tempo dell’angoscia.
Quando irromperanno grandi acque
non lo potranno raggiungere.
7 Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo,
mi circondi di esultanza per la salvezza.

(Salmo 32,5)

Un ascolto – quello chiesto dal figlio – che viene negato dal padre in ogni caso, perché Cal non può cancellare il marchio che gli è stato affibbiato dall’alto, dall’infallibile autorità che lo giudica quotidianamente. E dal fato non si scappa. Non gli rimane dunque che alzarsi, aprire la porta e uscire, inoltrarsi nel buio della strada per venire giudicato solo dalla pallida luce della luna, che forse può aiutare a non lasciarsi annientare dal disagio di essere ciò che si è.

Tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra.

(Genesi 4,14)

Il rapporto difficile tra Cal e il padre è sintomo di un male tipico dell’epoca in cui si svolge la storia, ovvero il 1917. Sto parlando delle ridicole contraddizioni del puritanesimo. Adam Trask è infatti figlio di una morale scaduta, fasulla, a cui bisogna riconoscere l’assurdo errore di stigmatizzare l’assolutezza che porta le persone a giudicare il bene e il male come elementi separati, e non mescolati. Adam, infatti, non ammette sfumature perché estranee alla sua visione a senso unico della vita, così i comportamenti di Cal non sono ammessi proprio perché frutto di forze multiple e contrastanti, mentre Aron è apprezzato e venerato perché ricopre il ruolo di figlio coerente e responsabile – quando in realtà si rivela insipido e incosciente perché perennemente manovrato dal patriarca, per meglio dire dai dettami del puritanesimo dilagante. L’incapacità di capire, per non dire accettare, la realtà, ovvero che il bene e il male si confondono in un intreccio inestricabile al punto che diventa impossibile separarli, porta Adam a inseguire un figlio che non esiste e a gonfiare di fandonie la vita dell’altro.

Se mi è concesso dirlo, East of Eden è un’immensa opera cinematografica, la cui bellezza risiede nell’essere intessuta di una tristezza lacerante e di una furia che lo spettatore vorrebbe poter placare entro la fine del film. In generale si parla di questa pellicola come di un’interpretazione psicanalitica della famosa storia biblica di cui ho parlato per tutto l’articolo. E non è scorretto, in effetti. Se ci pensiamo, la vita di Cal finisce per essere una disperata ricerca di salvezza, dopo essersi fatto traditore in un luogo in cui non esistono bene e male come forze congiunte; e la salvezza, in questo caso, giunge a braccetto con l’amore, che tra le varie cose è anche redenzione.

Tra i vari pregi di questo film, c’è pure un James Dean che ruba di continuo la scena agli altri attori, e che quando non è al centro dell’attenzione lo spettatore non vede l’ora che torni a riempire lo schermo; il suo primo film, il migliore, è proprio questo ed è diretto da Elia Kazan, che penso abbia fatto un lavoro eccellente insieme allo scrittore, John Steinbeck, dal cui libro, che porta lo stesso titolo, è stato tratto il film.

Infine rimane da dire che East of Eden, un dramma ricco di pathos, riesce a coinvolgere sensorialmente lo spettatore: un lavoro ben riuscito. Un’esperienza, ecco cos’è. A est di Eden l’angoscia, che sembra essere uscita dalla penna di Dostoevskij, si fonde al desiderato amore spirituale, universale, disinteressato, l’unico capace di garantire la salvezza finale.

Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.

(Genesi 4,16)

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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