/ Consigli di lettura

Caro Heinrich Böll

Diario d’Irlanda. Già il nome è un programma. Sì, uno di quelli di viaggio. Una scaletta, tipo. Non schematica e sintetica, ma musicale, poetica, e perché no pure sensibile e delicata. Un plico di letterine da spedire al migliore amico per fargli sapere dove si è, perché si è lì, quanti rapaci hanno volato sulla propria testa, quale violenza della natura ha fatto infrangere le onde dell’Atlantico contro le scogliere. Manca il francobollo, poi il messaggio può volare.

Heinrich Böll ha fatto proprio questo: mi ha fatto volare. In alto, in basso, a una spanna da terra e un metro dalle nuvole, tra quelle gonfie d’acqua e quelle più leggere e candide. C’è poco da stupirsi, i virtuosi della Germania, in particolare di quella ottocentesca e novecentesca, hanno il gene della beltà. Non parlo solo di eleganza linguistica, ma di vera e propria squisitezza d’animo. La prosa di Böll, in Diario d’Irlanda, respira e il suo soffio è ritmico ed è capace di mettere in pausa gli orrori della vita; è proprio quello che capita al lettore quando inizia a leggere Diario d’Irlanda — e lo posso garantire. La prima pagina che il lettore volta è il primo passo che lo avvicina a Dublino. E così, tra un paragrafo e l’altro, si trova davvero nel paese più verde del mondo, dove c’è una povertà che è ricca, perché gli scellini condivisi fanno la felicità. La felicità collettiva, si capisce. Nel frattempo sulle sue dita compaiono i primi calli e le sue scarpe si sciupano, perché Böll si spinge in ogni luogo possibile e immaginabile d’Irlanda e instancabilmente con sé porta il lettore.

Come un sogno ad occhi aperti, Heinrich mostra una panoramica del paese che, a primo impatto, pare disomogenea e precaria. Così come un puzzle i cui pezzi, con pazienza e determinazione, tornano insieme, anche in Diario d’Irlanda ogni sguardo, ogni pensiero e ogni riflessione si combinano perfettamente tra loro, e ne esce un dipinto che è una chiazza verde nel mezzo di una lunga pennellata di blu cobalto.

Comunque credo di non aver mai sottolineato un libro così tanto. Ogni passaggio è un’ode alla nazione, allo splendore nascosto nelle città e nei villaggi fantasma. Nessun tecnicismo disincanta la lettura, e anche dove il dettaglio arriva per sostituire una virgola di pausa, l’alchimia che Böll ha genialmente creato rimane fissa e immutata fino alla fine del viaggio. Il bello di Böll, anzi, di Diario d’Irlanda è il coraggio che ha in sé e che esibisce con finezza. E questo coraggio è quello di vedere la bellezza anche dove apparentemente non è. Per questo Heinrich ha fatto della poesia e dello stile musicale le sue armi principali: la poesia è quel tappeto di parole che riesce a estrapolare la bellezza dalla bruttezza; è quel particolare paio di occhiali da vista che i miopi dovrebbero indossare più frequentemente, per abituarsi allo splendore di ogni giorno, ogni situazione e ogni persona. Vedere la bellezza è dunque un atto di coraggio. E il caro Böll, meglio di chiunque altro, ce lo racconta proprio in Diario d’Irlanda.

Per concludere, cito un passaggio a cui mi sono affezionata e che spero funzioni come finale:

«Prega» lessi ancora «per Kevin Cassidy che morì a tredici anni il 20–12–1930». Mi sentii come colpito da una scossa elettrica: nel dicembre del 1930 avevo anch’io tredici anni […] avevo preso otto in latino e intanto la bara di Kevin veniva calata nella fossa. Più tardi, quando ebbi lasciata la chiesa, Kevin Cassidy, per la strada, si mise a camminare accanto a me. Lo vedevo, vivo e della mia stessa età […] L’ombra di Kevin mi era così vicina che ordinai due whisky quando fui di ritorno all’osteria dei bevitori soli; ma l’ombra non alzò il bicchiere alle labbra, e così bevvi io per Kevin Cassidy morto a tredici anni il 20–12–1930. Bevvi con lui, per lui.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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