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Casinò e la questione dell'estetica

Soldi a palate — ecco cos’è Casinò, il film del ’95 diretto da Scorsese e interpretato divinamente da Robert De Niro, Joe Pesci e Sharon Stone: tre premi Oscar nella mia testa.

Il film apre con una scena particolarmente assurda al cui centro c’è un De Niro in completo color albicocca, sgargiante, elegante ma estremamente assurdo, che dice:

Quando ami una persona, devi fidarti di lei. Non c’è altro modo. Devi darle la chiave di tutto quello che è tuo. Altrimenti a che serve? E per un po’ ho creduto di avere un amore così.

A questo punto il protagonista, Sam Rothstein (De Niro), entra in auto, infila le chiavi e BOOM, salta in aria! Della serie: ecco servita in un colpo solo la natura assurda di Casinò. Ora la scelta è totalmente nelle mani dello spettatore: vuoi continuare a guardare Casinò oppure no? Che dilemma! Però l’accoppiata Scorsese-DeNiro è una garanzia, quindi non puoi che continuare a guardare.

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Basato su una storia vera, Casinò è un vero casino. Siamo a Las Vegas, anni settanta. Avvolta da un’atmosfera magica e surreale, quella che Scorsese ci offre è la realtà: il Nevada costituisce un terreno fertile per il radicamento della mafia e infatti, in un batter d’occhio, Las Vegas diventa un paradiso terrestre, una oasi in mezzo al deserto, un impero sfavillante, rumoroso e plagiante. Cogli la palla al balzo, dicono. Beh, questo i mafiosi l’hanno capito.

Sam Rothstein è detto anche Asso perché è incredibilmente bravo con le scommesse e coi numeri in generale. Estremamente meticoloso, i suoi abiti sono sempre lindi e perfetti. Con le sue scommesse arricchisce la famiglia del boss Remo Gaggi, il quale estremamente entusiasta lo premia affidandogli un Casinò – il Tangiers. A controllare Rothstein è Nicky (Joe Pesci), un suo vecchio amico, perché Asso dev’essere rispettato. O meglio, la Famiglia di Remo dev’essere rispettata.

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C’è bisogno di ordine e rigore. Di legge. Non di quella civile – sia chiaro – ma di quella del più forte, della mafia, di quella combriccola di mentecatti che può cambiare idea da un momento all’altro e farti secco, se non stai al suo gioco s’intende. Asso non ha la licenza per gestire il casinò pertanto è coperto da un proprietario fittizio, il quale rende conto al sindacalista che si occupa dei soldi per conto del boss, Remo, e di altri importanti malavitosi. Una vera catena di montaggio. Tuttavia Asso riesce comunque a gestire l’attività del casinò e grazie ai suoi metodi precisi e maniacali raddoppia gli incassi e il suo locale comincia, pian piano, ad accogliere ospiti celebri: attori, politici, personalità di vario tipo; tra questi spicca la magnetica, bellissima e avida Ginger (Sharon Stone), così attaccata ai soldi, agli abiti costosi, ai gioielli preziosi. È una donna terribile. Asso non può che notarla subito, in quei suoi abiti stravaganti e brillanti, in stile Las Vegas anni ’70, e di lei si innamora al primo sguardo. Interesse chiama interesse, Asso comincia fin da subito a sfruttare il carisma e la bellezza efebica di Ginger per attirare ancora più clienti e spolparli. Ma le cose, ovviamente e giustamente, si complicano. E a questo punto non dico altro, perché odio fare spoiler.

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Casinò è un film sugli eccessi, in realtà Las Vegas stessa è un mondo di eccessi, di cose fastose, assurde, sfavillanti. La sensazione che si ha mentre si osserva, attraverso la cinepresa di Scorsese, questa Las Vegas pittoresca e al tempo stesso decadente è quella di entrare in un universo a parte, ai limiti della decenza umana. Non c’è regolarità, non c’è ordine. Il film stesso segue un percorso caotico basandosi su battute estemporanee e arricchito di voci fuori campo. I protagonisti non sono solo persone che agiscono, reagiscono, si arrabbiano e uccidono, ma sono anche e soprattutto persone che raccontano la storia in prima persona, che partono per la tangente, fanno digressioni, aprono parentesi ma poi tornano indietro per continuare a raccontare la storia. Non mi sembra che questo modo di narrare, già sperimentato in Quei bravi ragazzi (1990) anche se più limitatamente, possa rappresentare una debolezza; anzi trovo che questa concentrazione sui dialoghi, sulle voci, questo voler dare maggiore spazio alla voce interiore e analizzare più da vicino lo sguardo dell’individuo, sia un punto di forza del film.

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L’estetica di Casinò rappresenta un elemento fondamentale ai fini dello sviluppo della storia. Insomma, stiamo parlando di Las Vegas, degli anni settanta, di gente fuori di testa! Bisogna saper giocare con la tappezzeria (ad esempio zebrata), con la carta da parati, con il guardaroba; bisogna essere terribilmente folli. Scorsese e la sua troupe sono riusciti in questo, a mio parere. Gli abiti sono azzeccatissimi, in particolare il vestito da sposa di Ginger: femminile, corto, stretto, un po’ volgare, che però la fa così bambolina; quello stesso abito che rende tutto più drammatico nella scena in cui lei, durante i festeggiamenti, piange mentre è al telefono con l’uomo al quale si sente profondamente legata, Lester (James Woods); e in quel momento hai le idee chiare: Ginger è una fanciulla ancora protetta dall’involucro dell’innocenza e, vedendola piangere, sai che è consapevole di essere a un passo dal perdere quella corazza. È una scena così triste. E lei è un’attrice così brava e selvaggia.

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De Niro, invece, è perennemente in completo e cravatta; il suo guardaroba è un arcobaleno sgargiante e tuttavia quei colori allucinanti riescono a dargli l’aspetto voluto: violento e spaventoso; se si pensa a qualsiasi altro attore con quegli abiti, si crea subito una situazione ironica e impossibile; su Robert, invece, quei colori vistosi (giallo pastello, rosa albicocca, arancione fluo) hanno un altro effetto: rendono le scene più tragiche e minacciose, oltre che credibili. È proprio come se in Casinò fossero i colori a dare spessore alle gesta dei personaggi, intrappolate ora in questo reticolo di luci e ombre che è Las Vegas, ora in questi abiti costosi e stirati. Il colore è dunque indice di quello che accade: il film parte accogliendo colori più normali e conservatori (verde petrolio, grigio topo, tonalità cerulee) e più le cose si complicano più i colori diventano vividi e caotici (rosso intenso, rosa fluorescente, bianco accecante). Casinò è quindi un’estetica che cresce, una progressione e un’escalation verso l’irrazionale

Più che irrazionale, si tratta probabilmente di una specie di umorismo dell’eccesso, di come i personaggi siano feticisti della stravaganza, di come adorino spingersi oltre nel modo di vestirsi, nello stile delle abitazioni, delle automobili, e così via. Finiamo col credere, durante il film, che il kitsch sia l’estetica che l’uomo ama di più, che si abbia un debole per ciò che è orribile e insensato. Forse alla gente piace realmente il kitsch; mi riferisco naturalmente alla gente descritta nel film, quella che si smarrisce nel locale di Sam e lì perde tutte le sue fortune. Quella potrebbe davvero essere gente che si accontenta dell’orribile.

Ci sono due scene che preferisco in assoluto in questo film. Una è indubbiamente quella in cui un aereo dell’FBI atterra nel giardino di Asso, perché ha finito il carburante dopo aver inseguito tutto il giorno Nicky, che in quel momento si trova proprio dall’amico a giocare a golf. Semplicemente una scena ironica che, nella assurdità degli eventi, riesce a fregiare la pellicola di un aspetto classico.

L’altra scena che ho amato, più per un significato sottinteso che altro, è quella in cui si vede un grumo di luci dall’alto, avvolte dalle tenebre della notte, e una volta sorvolato quel reticolo la cinepresa torna nel buio; poi appare l’immagine del deserto che cinge Las Vegas, dove sono seppelliti i corpi dei malavitosi (un dettaglio, questo, che viene ricordato più volte dai protagonisti nel corso del film). Questo passaggio dalla notte al giorno, questa visione di Las Vegas così viva nelle luci accese di notte e così morta nell’aridità del deserto, fa provare la sensazione inequivocabile e riprovevole di che cosa significhi entrare in quel mondo assurdo e scintillante. Quel mondo in cui credi che la persona che ami corrisponda il tuo amore. E invece…

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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