/ de niro mania

C'era una volta Sergio Leone

Prima di continuare a leggere questo post, consiglio di guardare questo video. Dura appena due minuti e, oltre a essere una scena fenomenale che fa bene rivedere ogni tanto, può risultare utile per capire un po’ meglio le parole disordinate e sconnesse scritte di seguito.

Quel sussurrato «Noodles, sono inciampato» di Dominic riaffiora nella mente dello spettatore per tutto il film, come un boomerang il cui movimento non trova il modo di cessare. Questo capolavoro di Sergio Leone l’ho visto ormai due mesi fa e non riesco a togliermelo dalla testa; più che altro non dimenticherò mai la situazione che si era creata appena oltre i bordi del televisore: la luce soffusa del salotto di casa mia, l’elegiaca e sacra colonna sonora di Morricone che riempiva le stanze adiacenti. Pazzesco! Ricordo perfino le poche parole scambiate con mio padre durante la visione del film. Erano perlopiù esclamazioni, perché entrambi eravamo troppo coinvolti ed emozionati per interrompere con commenti banali l’Arte di Leone.

Non voglio spiegarvi di cosa parla C’era una volta in America. Sarebbe inutile e noioso. Andrebbe semplicemente visto e rivisto per capire e apprezzare seriamente la sua essenza, oltre che per godere di tutta quella bellezza barocca e antica captata tanto minuziosamente dalla cinepresa di Sergio Leone.

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Quando guardiamo C’era una volta in America siamo dentro alla testa di Leone, stiamo contemplando le sue idee e i suoi personaggi, stiamo mirando le difficoltà che Sergio ha dovuto affrontare per comporre questa opera preziosa; in quattro ore di film vediamo ordinate in sequenze d’immagini le sue fatiche e i suoi sforzi, misurabili in dodici lunghi anni di scrittura, che se da un lato gli hanno permesso di produrre un film cult, dall’altro lo hanno privato dell’energia vitale. Una volta, a un amico, Leone disse che per ogni film che faceva perdeva quattro, cinque anni di vita. E questo possiamo dedurlo abbastanza facilmente guardando i suoi film, che sono così elaborati, perfetti, importanti. Sergio ha preso un po’ del suo sé e lo ha messo in ogni suo lavoro; e alla fine, nella vita tangibile e contingente, non è rimasto che un corpo di carne e sangue, stanco, ma il cui spirito stava già vivendo nelle storie e nelle sceneggiature riprodotte sui grandi schermi di tutto il mondo.

Se prendiamo C’era una volta in America tra le mani e lo strizziamo bene, ne esce un succo che a parole si può tradurre in New York, proibizionismo e malavita. Ma è chiaro, questa è solo una sintesi molto sbrigativa e grossolana di un film che in realtà è tanta altra roba. In particolare un elemento che spicca tra tutti è l’amicizia tra Noodles (R. De Niro) e i suoi compagni, Max (J. Woods) in particolare. Un’amicizia che fin da subito vuole apparire arrogante, fondata su un rapporto di fiducia reciproco, ma che ineluttabilmente, in virtù della sua stessa essenza puerile e innocente, risulta a tratti ironica e tremante di paura. Sono bambini, in fondo. Poi quel «Noodles, sono inciampato» irrompe nelle strade di Brooklyn e le cose cambiano direzione. I piccoli mascalzoni, sbucati dal ghetto ebraico di New York con tanta alterigia, diventano più alti, la barba cresce, i visi si deformano perdendo quella scintilla di umana innocenza. Le colpe si accumulano sulle spalle. C’è la prigione, ci sono le armi, gli agguati, il fuoco, le rapine, gli stupri, le attività illegali, l’alcol. C’è troppo. E allora C’era una volta in America risulta, almeno per me, una storia di amicizia che si snoda nel tempo e si stabilisce in una città imprevedibile e camaleontica.

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La struttura del film è caotica e l’incastro di flashback e flashtoward è fondamentale ai fini della storia stessa. Si può dire che sia un film proustiano la cui stratificazione dei piani temporali – tre epoche, tre età diverse dei personaggi – è significativa e Leone dà prova di essere coerente e corretto nel gestire il tempo, quello stesso tempo che nella vita reale possiamo vedere soltanto quando è passato e mai nel momento in cui scorre; Sergio Leone, invece, taumaturgicamente riesce a metterci davanti al naso il flusso temporale che scorre, incessante proprio come un fiume impetuoso. E noi lo cogliamo, cogliamo pienamente il tempo in questo turbinio di immagini che si legano tra loro per poi incantonarci in un finale sorprendente.

Metaforicamente parlando, C’era una volta in America può essere rappresentato come un album fotografico che Leone ci sfoglia con tanta premura e passione, un po’ come i nonni fanno coi nipotini. Mentre le pagine girano e la narrazione procede per salti temporali, il nostro schermo è invaso in prevalenza da lunghi primi piani, da visi lindi, affamati e autorevoli che parlano da soli senza aver bisogno di proferire parole; è invaso da sguardi innamorati, impauriti e intimiditi; da inquadrature fisse come quadri da contemplare in un museo, da paesaggi metropolitani,
suburbani, da strade sporche e affollate, da interni arricchiti di numerosi dettagli. Da Robert De Niro, ovvero Noodles, che qui è particolarmente coinvolgente, spaventoso, irascibile, violento, enigmatico, nostalgico, così innamorato e al tempo stesso così spietato. Da James Woods, ovvero Max, coi suoi occhi scuri e impenetrabili, quel suo sguardo prima feroce e poi timido dal quale non si sa cosa aspettarsi. E da Elizabeth McGovern, ovvero Deborah, che ha occhi cristallini e brillanti, due fanali azzurri che la rendono aliena e che una sera, con fervore, dice a Noodles che vuole arrivare in cima e brillare come una stella, e questo ridimensiona molte cose. Lo schermo è invaso da tutto questo e noi dobbiamo quasi sospirare, perché c’è troppa meraviglia e ci viene elargita così, in un colpo solo.

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Tutto, tutto questo cospira alla creazione della stessa Bellezza che Leone ci indica ancor prima che il film inizi. È come se la musica, il cast, la storia, le inquadrature durante il film ci implorassero di capire; sembrano chiedere: capite? Capite ora cos’è la bellezza?

 

Due cose non riuscivo a togliermi dalla mente: la prima era Dominic, quando prima di morire mi disse “sono inciampato”. E l’altra eri tu. Tu che mi leggevi il Cantico dei Cantici, ricordi? "Oh figlia di principe quanto sono belli i tuoi piedi nei sandali".

Sì, mi sembra di capire la Bellezza di C’era una volta in America che è illustrata molto bene, a mio parere, nella scena in cui Noodles esprime affetto per Deborah, richiamando alla memoria dolci ricordi. Quegli occhi femminili che sono talmente blu da apparire viola e che sembrano sul punto di sfoggiare lacrime amare, quel sorriso deliziato ma trattenuto di De Niro, quell’audace nessuno ti amerà mai come ti ho amato io, quel rifiuto e quella delusione: tutto questo, sommato, inneggia alla bellezza e alla potenza delle narrazioni cinematografiche.

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Tra gli eccessi di violenza, la superbia propria del maschilismo e le amicizie virili, viene a galla l’immagine di una storia totalizzante e dispotica, capace di travolgerci e sconvolgerci attraverso la fotografia e la musica. In altre parole C’era una volta in America non è solo questione di stile ma anche e soprattutto di contenuto – grezzo e sincero – ed è Arte e Poesia che Leone, insieme alla sua troupe e a Morricone, è riuscito a condensare e a contenere in quattro ore di film. È un viaggio onirico (non a caso il film apre proprio con De Niro che fuma l’oppio) e spirituale (i richiami alla fede sono numerosi, in più punti viene recitato il Cantico dei cantici).

Mi sembra impossibile riuscire a concludere questo post, ma devo farlo. O almeno devo provarci. So che non smetterò mai di riguardare periodicamente questo bellissimo film, avendo ancora tante cose da raccontarmi e svelarmi ed essendo di una bellezza che non stanca mai: la poetica dei primi piani è emblema del fatto che di Sergio Leone ce n’è stato uno e non ci sarà nessuno che potrà superarlo in fatto di bravura e creatività. Posso dire con certezza di non aver visto soltanto un film: quella sera in salotto con la luce soffusa alle spalle, le bellissime canzoni di Morricone che invadevano lo spazio circostante, io e mio padre che ci scambiavamo sguardi in silenzio, tutto questo non è solo la conseguenza dell’atto di guardare un film. È stata un’esperienza. C’era una volta in America è un’esperienza. E voglio andare anche oltre, un po’ presuntuosamente, dicendo che è stato il mio C’era una sera in cui sono stata consacrata al cinema, a Robert De Niro, a Sergio Leone. Quell’opera cinematografica rappresenta, quindi, il punto di inizio al quale ogni tanto sento il bisogno di tornare per avere il tempo di lucidare i pomelli delle porte che sto per aprire.

Nella mia vita ho corso molto e corro ancora. Spesso cado e mi sbuccio le ginocchia, come tutti. A volte vorrei proprio fare come Dominic: cadere e dire semplicemente che sono inciampata.

In ogni caso, la scena finale è semplicemente magnifica:

Difficilmente potrò dimenticarla. Per sempre avrò in mente De Niro che fuma l’oppio da sdraiato, poi si gira sulla schiena, fissa il vuoto e sorride. Quella sera, quando il film era finito e i titoli di coda stavano già riempiendo il televisore, avevo la stessa espressione di De Niro in faccia. E sono abbastanza sicura che questo succede più o meno a tutti quelli che guardano C’era una volta in America. Perché la Bellezza, quella vera, è universale e fa sorridere tutti allo stesso modo.

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Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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