/ sproloqui

Cioran e il male di vivere (e morire)

La fortuna è rappresentata da quella persona che è esonerata dal pensare in continuazione e dal percepire l’anomalia del fatto bruto di esistere.

È strano, in effetti: per un’insensata ragione qualcuno viene risparmiato dal doloroso maleficio scagliato da Dio all’inizio dei tempi, mentre qualcun altro ne è ineluttabilmente vittima. Vittima di una beata sfortuna. La verità è che non è un problema sapere di morire, o di pensare alla morte, giacché il vero problema si pone quando questo sapere diventa consapevolezza soffocante e logorante. È vero, partorire pensieri intricati ed esistenziali è pur sempre un atto nobile: infatti solo chi prova lo stupore di essere, pensa. E chi pensa non è esonerato dal pensare la morte.

Tutto questo non è frutto di una mia originalissima visione della vita, ma del filosofo rumeno Emil Cioran. Ho letto la sua opera La caduta nel tempo e ho provato le vertigini del sapere. Non del sapere cose, ma del sapere in sé. Del desiderio peccaminoso di conoscenza. E subito dopo questa sensazione primordiale si è svelata in me un’inquietudine dirompente, fastidiosa.

Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità.

Ne La caduta nel tempo Cioran esibisce il suo pensiero sotto vesti cristiane. Dio ci ha voluti a sua immagine e somiglianza, in Paradiso. Ma Adamo, ammaliato e conquistato dal sapere, si avvinghiò al peccato volgendosi all’Albero della vita. Dio ci aveva dato l’opportunità di oziare, di astenerci dal pensare e quindi anche dal sapere di morire, perché Dio sarebbe stato (in eterno) il nostro Protettore. Ma Dio ha sbagliato fin da subito: ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Ci ha fatto suoi compagni. Ci ha fatti simili a lui: un essere eterno il cui sommo scopo è la conoscenza. Così, un folle alla ricerca di nuovi orizzonti non può trovare felicità in qualcosa di piatto e fisso, ma solo nel cambiamento – nell’eterno divenire delle cose. Per questo l’uomo non desidera l’immortalità, vuole morire perché è lì, nella morte, che sta il cambiamento.

Più la morte si sottrae, più egli aspira a impadronirsene e a soggiogarla; non riuscendovi, mobilita tutte le risorse della propria volontà inquieta e torturata, suo unico appoggio: è un disadattato esausto e tuttavia infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato; un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alle proprie deficienze e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno a sé; un devastatore che accumula misfatti su misfatti per la rabbia di vedere un insetto procurarsi agevolmente ciò che lui, con tanti sforzi, non riesce a ottenere.

Dio ha condannato l’uomo rendendolo un individuo «vale a dire frattura e incrinatura dell’essere». Ha immesso in noi il germe dell’umana sofferenza: l’aspirazione al sapere, quindi un diuturno senso smarrimento e angoscia. L’individuo non è un’elegante manifestazione dell’essere, non è nemmeno la luce che l’essere promana da sé, ma è un’aberrante distorsione. L’uomo, con il suo assurdo bisogno di sapere, ha preso l’eternità e l’ha scambiata con la mortalità. E ora, per essere se stesso, deve allontanarsi dalla sua propria definizione, giacché l’uomo è un animale indeterminato, dinamico. Mutevole.

Non si è mai tanto uomini come quanto ci si rammarica di esserlo.

Pensare la morte non significa superarla, o annientarla. Pensare la morte rappresenta la rivincita di chi sa di dover morire, perché il fatto strano non è la morte ma la vita. La morte è la vita stessa, è lo spazio entro cui viviamo, è la definizione ultima dell’esistenza. Eravamo in Paradiso, eravamo sotto l’attenzione e la cura del Custode celeste, eravamo piccoli dèi, eravamo nati per godere dell’eternità e dell’infinito spazio. Ma Adamo ha optato per il tormento, che lo ha reso umano. E noi, noi che pensiamo e patiamo, e che siamo caduti nel tempo, espiamo la pena cercando di dare un senso a tutto quello che è vita. E morte.

Poiché siamo imparentati con Dio, sarebbe sconveniente trattarlo da estraneo, senza contare che la nostra solitudine, su scala più modesta, evoca la sua.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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