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Del primo astore

Il primo falco tocca il cuore in profondità, come nessun altro che venga dopo può fare.

L’astore è prima di tutto una storia d’amore, perché è un vero e proprio cordone ombelicale quello che unisce il subconscio dell’uomo e l’uccello, e soltanto in secondo luogo è il resoconto dell’addestramento di un astore cocciuto, selvatico e forsennato. Il primo comandamento, sia nell’addestramento di un animale che in amore, è pazientare. La pazienza diventa quindi una virtù positiva ogni volta che si tenta di soffocare la pedanteria tipica dell’amore umano. E così si porta pazienza in ogni circostanza, e non lo si fa per compiacere l’altro ma piuttosto per comprenderlo e per farsi capire.

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T. H. White non riesce a capire chi è il padrone: Gos, l’astore, che guarda con disprezzo il suo umano oppure T. H. White che per quindici minuti rimane in piedi, immobile, con il cibo penzolante tra le dita, in attesa di attirare la bestia alata? Chi appartiene a chi? In una lotta perenne tra successi e insuccessi, momenti di estremo piacere alternati a giornate uggiose e pericolosamente insoddisfacenti, il rapporto che si instaura tra i due è elettrico e tormentato. Un astore ottuso che non si vuole adattare all’uomo e un umano ostinato che si sforza di trattare la bestia come se fosse un suo simile: in che modo può finire una storia d’amore simile, ammesso che un finale possa permetterlo?
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L’astore, che è una bestia, conosce la legge del più forte, ovvero l’urlo della vita primitiva, il diritto a sfidare chiunque. E non appena la natura alza il sipario del delirante spettacolo naturale la bestia si scatena. Vola, colpisce, ferisce, rifiuta, fissa. L’astore osserva attentamente perché osservare è il suo esercizio preferito, e l’uomo non può imitarlo né sfidarlo. Vede tutto ciò che l’umano non vedrebbe nemmeno da vicino.

Dio ci ha dato una legge secondo la quale solo una cosa è giusta: l’energia che si manifesta nell’uccidere per vivere e nel procreare.

T. H. White, che desiderava domare Gos, alla fine si ritrova dominato, succube, schiavo. Desiderava che qualcosa, anzi qualcuno, gli appartenesse, ma in realtà è sempre stato appartenuto. Appartenuto a una bestia alata dagli occhi giallo Napoli, dalla coda rovinata, dal gozzo rimpinzato di carne fresca. Appartenuto al grande Sistema che sottostà a un’unica legge – quella del più forte.

L’astore sembra dunque insegnare qualcosa di profondamente scontato e antico, ovvero che dell’amore serio e reale non ci si dimentica,anche se spicca il volo e si stacca per sempre da noi. Perché è vero, il primo falco tocca il cuore in profondità, come nessun altro che venga dopo può fare.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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