/ Clint Eastwood

«Gli spietati» ovvero l'impossibilità di perdonarsi

È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha… e tutto quello che sperava di avere.

Qualche sera fa ho riguardato un film western del ’92, vincitore di quattro premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista e miglior montaggio. Il titolo originale di questa piccola ma potente opera cinematografica è Unforgiven e sono convinta che sia stata poco intelligente la scelta di non tradurlo letteralmente. Infatti, secondo la mia modesta opinione, il titolo italiano (Gli spietati) risulta fuorviante oltre che banale, rimpicciolisce le dimensioni della storia e rischia di allontanare lo spettatore dal significato autentico del film. Mentre Unforgiven, che in italiano significa non-perdonato, è perfettamente coerente al contenuto e tratteggia meglio di qualsiasi altro termine l’essenza delle vicende raccontate dalle amabili interpretazioni di Clint Eastwood, Morgan Freeman e Gene Hackman.

La storia narrata ne Gli spietati è una sorta di necrologio del genere western, la definizione ultima di un mondo che ha poco da spartire con la vera prodezza umana; non è una storiella di pallottole e whisky, come banalmente si potrebbe supporre. È piuttosto un racconto dolce e amaro insieme, perfettamente aromatizzato da una saggezza intelligente e insolita che emerge dalle fotografie di un’America calda e fredda, oscura e luminosa. Una saggezza velata ma mai sottintesa che funge da apparato locomotore dell’intero film.

Eastwood demolisce audacemente i cliché e i miti del selvaggio West, e al loro posto propone uomini gravati da peccati, attanagliati da mille paure e terribili rimorsi, giunti ormai al capolinea della vita. Quindi non esattamente i classici eroi che arricchiscono di atti epici il sussurro del West. E proprio al centro di questo disprezzo per il proprio passato cruento, in questa dolce umanità che spesso il cinema ignora, si nasconde l’essenza stessa della storia, il titolo del film, ovvero la tragica impossibilità di perdonarsi e di accettare gli errori commessi sulla base dei più infimi istinti umani.

Il film inizia con un evento straordinariamente violento: una giovane prostituta viene aggredita in un saloon. Lo sceriffo della città – interpretato magistralmente da Hackman – si limita a spiattellare una multa ai due aggressori e stabilisce che devono donare dei cavalli al proprietario del locale. Effettivamente il vero danno, almeno agli occhi del borioso e sordido sceriffo, è stato arrecato al proprietario, il quale ora si ritrova disgraziatamente ad avere una prostituta in meno, perché non più in grado di attirare clienti; le altre prostitute, mosse dalla stessa collera, si coalizzano e pretendono giustizia.

Ecco allora che entra in campo il signor Eastwood, ex fuorilegge riconosciuto per la sua ferocia ma ora lontano dai giochi cruenti: vive in campagna, dove ha una fattoria che gestisce coi suoi due figli avuti dalla moglie morta qualche tempo prima. Vedovo di una donna che l’ha aiutato a mettere da parte il passato, William Munny (Clint Eastwood) sopravvive tra repressioni, debolezze e reiterate frasi di autoconvincimento. Poi all’improvviso arriva la fantomatica chiamata che in pochi istanti travolge tutto e risveglia la belva del passato: il giovanissimo pistolero Kid, nipote di un vecchio amico di Will, gli racconta dell’aggressione avvenuta al saloon, dello sceriffo, spiegando inoltre che le altre prostitute hanno intenzione di pagare caro per fare giustizia.

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Così Will si trova di fronte a un bivio esistenziale: cancellare in un istante tutti gli anni dedicati alla famiglia, a costruire una vita tranquilla e dignitosa, quindi abbandonare il lungo e faticoso cammino di redenzione, per tornare in groppa a un cavallo, imbracciare un fucile e portare a casa il denaro col quale sfamare i figli, oppure restare? Restare in questo posto desolato ad allevare maiali sempre meno sani e nutriti? Una decisione simile non può essere presa in solitudine, nel silenzio di se stessi e nel mormorio dei dubbi di chi non si è mai perdonato niente, così Will si lascia aiutare da Ned (Morgan Freeman), un vecchio amico dal passato misterioso e dagli atteggiamenti alquanto ambigui.

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Ecco qual è il punto forte del film, che tutti i personaggi sono schiavi di qualcosa: chi dell’esigenza di farsi valere uccidendo qualcuno, chi delle incertezze proprie di chi non ha una morale salda, chi di un passato pieno di arroganza fino a scoppiare e che reca tormento, chi di istinti infimi, talmente infimi da non poterseli perdonare. William, Kid e Ned sono personaggi che stonano con quelli dei classici film western, perché a differenza di loro hanno fallito nascondendosi nella cecità di chi vive seguendo l’istinto; hanno perso ogni controllo sul proprio agire, forzando una morale che non apparteneva a loro; sono persone che fendono l’aria a colpi di pistola soltanto per dimostrare di esistere, di esistere in quanto bestie. Non sono dunque personaggi epici o eroici, che accumulano vittorie su vittorie senza cedere alla fragilità umana. Sono semplicemente uomini distrutti, sconfitti in partenza.

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Will non sa neanche più cavalcare un cavallo. Ripete sempre meno convinto che la moglie lo ha cambiato, che lo ha definitivamente allontanato dall’alcol e di conseguenza da ciò che è stato in passato. Stanco e palesemente impaurito dalla morte, sempre pronta a far fuori da un momento all’altro chi le è accanto, Will vaga con incertezza per le praterie, ha l’aspetto di un fantasma che volteggia di qua e di là e non si capisce che cosa voglia fare, perché sia lì e non a casa dai suoi figli. Ripete a più riprese che non è più quello di una volta, ma non ha mai preso in mano il passato e non ci ha mai fatto i conti. Si è limitato a metterlo da parte, a dimenticarlo, a soffocarlo tirando con più forza la coperta dell’oblio. Tuttavia i ricordi sono destinati a tornare a galla uno dopo l’altro, mentre l’integrità si decompone in tante piccole incertezze che esortano il fantasma di Will a ridiventare una macchina fatta di carne e sangue, e a scalfire la falsa immagine che ha di sé per mostrare la propria vera pelle.

Per tutta la durata del film non ho mai pensato che Will fosse cattivo. È senz’altro instabile, debole e decisamente combattuto: da una parte dalla morale e dall’altra dagli istinti primordiali. Ma fondamentalmente è di cuore giusto: non riesce a tollerare chi prende in mano il potere e così si sente autorizzato a sfogare le proprie frustrazioni sugli altri, esattamente come fa lo sceriffo. William è spezzato, terribilmente indeciso. Non spavaldo né realmente spietato. Ma è proprio dalla debolezza di chi è stordito dai contrasti interiori, dall’incapacità di comprendere e perdonarsi per i propri trascorsi, è proprio da lì che deriva l’istinto ad agire. E l’istinto è cieco, non dà ascolto al grido disperato della morale universale, quella salda morale costruita faticosamente dall’uomo civile e da questi imposta esasperatamente a chi segue il proprio istinto.

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Gli spietati è dunque un’antologia di vendetta, di potere e di punizione; è la condanna di chi è violento, di chi è fragile e quindi di chi si lascia plagiare dagli istinti umani più crudeli; ma è anche la rivincita di chi, nel bosco fitto e scuro della natura umana, riesce comunque a vedere una macchia di luce e da lì risalire verso la vetta del perdono.

Insomma il caro Eastwood dà di nuovo prova di essere un attore, e un regista, intelligente e magistrale. Inoltre la colonna sonora*, caratterizzata da un suono cupo, nostalgico e naturalmente country, è stata elaborata in parte anche da lui stesso.

Sono dell’idea che, tra la superbia dei protagonisti e la saggezza di un messaggio che di rado trapela dai film (western), ciò che conquista davvero è lo sguardo sottile e intenso di Eastwood che riesce a trasmettere più di quanto ci si aspetti. E senz’altro più di quanto abbia voluto scrivere qui.

*La trovate a inizio pagina

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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