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Gustav Fechner: nella morte si vive

Sulla terra l’uomo non vive una volta sola, ma tre. Il suo primo livello vitale è un sonno ininterrotto, il secondo un alternarsi di sonno e veglia e il terzo una veglia eterna.

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Gustav Fechner, pensatore e psicologo tedesco del diciannovesimo secolo, ne Il libretto della vita dopo la morte ci parla di un primo livello di esistenza, che è quello poco prima della nascita, oscuro e solitario nel quale la vita non è che una spora predisposta ad attivarsi successivamente; di un secondo livello, che è invece quello della vita, fatto di veglia e di sonno, in cui il germe della vita è attivo ed è in continua evoluzione; e infine di un terzo livello, che è una veglia perpetua, lo stadio in cui si sviluppa il germe divino e che all’uomo, durante l’esistenza, viene soltanto suggerito nello spirito dalla fede, dal sentimento, dal genio.

Sebbene quella di Fechner possa sembrare una riflessione idealistica, una metafora spirituale, un testo visionario e mistico, in realtà si tratta di ben altro: il pensatore infatti parte da ciò che è più immanente all’uomo, ovvero dall’esistenza, e lì traccia l’inizio di una meditazione che ineluttabilmente diventa una convinta asserzione e un appello all’umanità, attraverso il quale afferma – e conferma – l’idea della prosecuzione della vita spirituale post mortem.

La forza vitale della coscienza non sorge mai veramente nuova, non si estingue mai, ma, come quella del corpo su cui posa, può solo mutare – sul piano temporale e spaziale – posizione, forma, ampiezza.

La coscienza, l’eterna coscienza, detta anche anima, nel primo stadio è in attesa e in silenzio, mentre nel secondo è in continua tensione, evoluzione; dopodiché, con la morte, essa non sparisce ma continua e va oltre; la vita interiore dell’uomo prosegue accanto a quella esteriore, va al di là dell’uomo attuale, fatto di carne e ossa, per formare il nucleo e la matrice della vita ulteriore, nella quale la coscienza sarà in grado di manifestarsi in ogni sua potenzialità. Come si legge nella prima lettera ai Corinzi, quel che ci è dato vedere qui non è che il riflesso imperfetto dell’immensa luce proveniente dal terzo stadio: adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Tutto ciò che con i nostri sensi attuali percepiamo esteriormente e quasi solo di lontano, sarà allora da noi penetrato e avvertito nel suo intimo.

Fechner stana la morte, la localizza nello spazio e la inserisce nel tempo: perché nella morte si vive – sembra dirci – e ci si vive con un grado di coscienza maggiore di quello della vita terrena. La morte non è quel luogo tenebroso e statico che siamo soliti figurarci nella mente; la morte è un cammino, un luogo dinamico proprio come la vita è una successione di cambiamenti ed evoluzioni. E come un uccello canterino non può trattenere il proprio suono, che va oltre il suo becco, così il nostro corpo non può trattenere in sé l’anima per sempre.

Ora, il fine nobile e autentico dell’uomo dovrebbe essere questo: arrivare alla consapevolezza che si vive tre volte, e che lo stadio finale non è che un’apertura maggiore del diaframma del nostro obiettivo. La consapevolezza che soltanto nella morte l’uomo dorme il sonno completo che fa destare un uomo nuovo, poiché l’antico non c’è più.

Il nucleo fondamentale del pensiero di Fechner è lo sviluppo continuo del tutto, interno alla vita divina e inteso come evoluzione della coscienza, della terra in quanto entità che le persone si impegnano ad arricchire con la loro fisicità sensibile – la quale fa sì che nulla vada smarrito nell’oblio. Gli umani sono allora dei ricordi bipedi e viventi: tutto ciò che si pensa, si dice e si sente rimane legato all’esistenza umana-terrestre, secondo procedimenti che non è possibile comprendere appieno in vita, ma solo nell’al di là, quando però non sarà più necessario comprendere.

Nell’attimo della morte […] l’uomo raggiunge di colpo la consapevolezza di tutto quel che continua ad agire e a vivere come conseguenza delle sue precedenti manifestazioni vitali nel mondo e […] continua a mantenere in sé la propria unità organica, autonoma e agisce nell’umanità e nella sua natura con una propria potente compiutezza individuale e secondo la propria determinazione.

In questo modo il contributo del singolo non viene offerto solo al sapere umano o al benessere collettivo, ma anche e soprattutto a quel tessuto di sensibilità cosciente che permette alla vita terrestre di progredire in quanto corpo vivo celeste nella vita cosmica e totale. Dopo la morte l’anima prosegue a vivere sulla terra, non la nostra intesa quale pianeta verde-blu, ma quella degli esseri umani, dei ricordi viventi, perché la coscienza è eterna, è cioè sempre stata e la sua essenza, il suo aspetto individuale, è destinato nell’al di là a trovare una nuova forma di individualità solidale con quella che l’ha preceduta. E dunque il nostro Sé non sarà che la sintesi di tutte le forze precedenti, eternamente legato ai ricordi e alle immagini terrestri.

La Terra […] è una creatura unitaria ben più grande e superiore rispetto a te, una creatura celeste, la cui vita si intreccia nel suo spazio superiore ben più prodigiosamente di quel che tu porti nel tuo piccolo cervello.

Ma inutilmente troveremo una vita ulteriore a questa, se non sappiamo prima riconoscere la vita che è qui e ora. Avvediamoci dunque del fatto che la parte eterna e indistruttibile dell’uomo è solo quello che di vero, bello e buono vi è in lui.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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