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Il giardino ha sorriso e io sono esistito

La cosa migliore, secondo Antoine Roquentin, sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno per capirci qualcosa. Non enfatizzare, non esagerare ma trascrivere semplicemente e accuratamente tutto ciò che succede, rimanere sobri mentre le cose cambiano in continuazione. Antoine fin da subito è onesto con se stesso dicendo che non vuole perdersi in questo movimento assurdo, e vederci chiaro prima che sia troppo tardi.

Antoine ha i capelli rossi, il corpo asciutto, le braccia costantemente penzolanti e spesso ha la Nausea. Di questo — e di altro — ci parla nei suoi quaderni. Tra le varie cose, infatti, ci racconta anche che gli oggetti non sono vivi, quindi non dovrebbero commuoverci — la gente se ne serve semplicemente, li consuma, ci vive in mezzo, mentre a lui, ad Antoine, gli oggetti commuovono e questo lo irrita moltissimo.

Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive.

Mentre Antoine trascorre le giornate alla ricerca di qualcosa da scrivere, come ad esempio le persone sedute ai tavoli del bar che frequenta abitualmente, o comunque all’insegna di un dettaglio da analizzare maniacalmente, insomma in questa attesa fatta di silenzio e parole scritte la solitudine gli rode l’animo. La gente conosce se stessa guardandosi agli specchi, scrive Antoine, esattamente come appare ai suoi amici. Ma Antoine non ha amici e anche quando di fronte al viso enigmatico e invecchiato di Anny, l’unica persona a cui lui tiene davvero, e un piccolo lume di speranza balugina, tutto viene stravolto.

Ho un’orribile paura di tornare alla mia solitudine.

La desolazione delle vie rispecchia l’animo di Antoine e in quest’arida assenza di vita ogni cosa — paradossalmente — lo urta, lo tocca: il fumo delle sigarette, i denti malridotti di un tizio, i dialoghi febbrili di due persone agitate, un tonfo al piano di sopra che nessuno, eccetto lui, sembra aver udito, le guance colorate di Anny, gli sguardi illuminati di due amanti, il vento che sibila sopra i tetti. E la scura radice di un castagno, quella radice che si insinua improvvisamente nella vita di Antoine e gli grida: esisti, tu esisti! Il mondo esiste!

L’esistenza delle cose preme di colpo sull’epidermide di Antoine, pesa un quintale o forse di più, e preme tanto da togliergli il respiro, fino a fargli sentire che lui è di troppo. Eccola, ecco la Nausea che arriva con tutta la sua prepotenza. Inesorabile.

Niente pareva reale; mi sentivo circondato da uno scenario di cartone che poteva essere smontato da un momento all’altro. Il mondo aspettava, trattenendo il respiro, facendosi piccolo, aspettava la sua crisi, la sua Nausea.

Lo sguardo di Antoine è come una cinepresa: raccoglie ogni fotogramma, ogni dettaglio apparentemente irrilevante, inclinando l’obiettivo e spostandolo prima su un particolare poi su un altro e, alla fine, trova l’angolo di campo perfetto per raccogliere l’intero ambiente. La realtà così ritratta è, in ultima istanza, statica e pietrificata, totalmente atemporale — nonostante Antoine annoti sempre giorno e orario. Quello che leggiamo, però, non è soltanto una descrizione fenomenologica di quello che Antoine vede e percepisce. La realtà, ostinatamente oggettivata dalle sue descrizioni pittoresche, d’un tratto si attiva, si anima, prende le sembianze di quella radice scura e inverte i ruoli: ora è lei a oggettivare Antoine, che si ritrova schiacciato dall’insopportabile peso dell’esistenza e da essa è invaso bruscamente. L’esistenza si installa in lui e gli grava sullo stomaco.

Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare.

L’esistenza perde così il suo aspetto di categoria astratta perché, ora Antoine lo sa, è la materia stessa di cui sono fatte le cose, è quella radice, quella panchina, quella cancellata, quel parco. Cos’è dunque la diversità, l’individualità? Solo un’apparenza, un involucro da scartare. E quando questa apparenza svanisce, non rimangono che masse mostruose e molli in disordine e nude. Esistere è essere lì, esserci. Esserci senza un motivo, senza una causa… essere gratuiti. E così, attraverso il pensiero di Sartre che scandaglia con tanta premura il senso della realtà, e in compagnia di Antoine, ci sentiamo improvvisamente nudi e disperatamente stupiti di questa vita che ci è stata data per niente.

Come un’onda pericolosa, l’esistenza sommerge Antoine. È esasperato, angosciato, frustrato dalla responsabilità, dalla libertà. Lui è libero, è condannato a essere libero, come lo siamo tutti. Nasciamo senza motivo e viviamo sotto il peso della responsabilità di quello che facciamo, diciamo, pensiamo, ignoriamo. E prima di morire, guardiamo all’essenza delle cose per dar loro un senso. In fondo è questo il gioco a cui ha partecipato Antoine: cacciare fuori di sé l’esistenza, togliersi di dosso tutti i futili orpelli, purificarsi, decontaminarsi da tutto quello che distrae e distorce, per rendere pulito e nitido il suono di una nota di sassofono.

La Nausea è una favola che potrebbe anche iniziare con una citazione che si trova a fine romanzo: c’era un povero diavolo che s’era sbagliato di mondo; è un viaggio nei meandri del pensiero umano e, ovviamente, dell’esistenza umana. Leggere La nausea non è facile, nel senso che esorta a incontrare se stessi, a dialogare con sé, a mettere tra parentesi tutto quello che c’è di fallace e apparente nell’esistenza umana, ridurre tutto al minimo, soltanto per poter sondare il senso reale delle cose, della vita.

Accompagnata da una bizzarra sensazione di nausea, ho letto questo libro immenso e debilitante e fin da subito mi sono sentita sconvolta, o meglio Jean-Paul Sartre mi ha sconvolta. Ora che sono paralizzata nella consapevolezza che la vita è gratuita, sento di voler rimanere sconvolta per il resto della mia vita, proprio come Antoine.

Mi sono alzato, sono uscito. Arrivato alla cancellata mi son voltato. Allora il giardino m’ha sorriso. Mi sono appoggiato alla cancellata ed ho guardato a lungo. Il sorriso degli alberi, del gruppo di allori, ciò voleva dire qualche cosa; era questo il vero segreto dell’esistenza.

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Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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