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"Indiziato di reato", ovvero il film più sottovalutato di sempre

Chi è realmente David Merrill, il protagonista del film Indiziato di reato diretto da Irwin Winkler? È forse John Berry, il regista americano la cui attività è stata interrotta e infangata durante il maccartismo? Forse è Arthur Miller – vergognosamente sacrificato da Elia Kazan –, Abraham Polonsky – inserito nella black list per non aver fatto i nomi dei colleghi simpatizzanti del comunismo –, Martin Ritt – che oltretutto ha avuto un coraggio esemplare nel produrre un film-denuncia nel 1976, ovvero Il prestanome – o più generalmente chiunque è stato vittima di quella spietata caccia ai comunisti (e presunti comunisti) che avvenne a Hollywood negli anni cinquanta con l’ignobile fine di operare una propaganda isolazionista volta a rafforzare il potere imperiale di chi, di lì a poco, avrebbe avuto gli strumenti adatti per espanderlo – mi riferisco a Richard Nixon se non si fosse capito. Più semplicemente David Merrill rappresenta tutte quelle persone accusate di influenzare politicamente il cinema e la televisione, e per questo annientate da un gruppo di mentecatti anticomunisti che, ottusamente e inutilmente, hanno portato avanti un’investigazione violenta, atta ad alimentare odio e soggezione.

La verità è che Indiziato di reato è una pellicola di cui ingiustamente non si sente mai parlare; è un film degno di nota che, oltre a far accapponare la pelle, racconta una parentesi importante della storia contemporanea americana. Anzi, della storia contemporanea in generale perché Hollywood non è solo una fetta dell’America, ma per la sua notorietà e per la sua importanza artistica è la voce del mondo intero.

A Robert De Niro è stata intelligentemente affidata la parte del protagonista, il pacato regista David Merrill, completamente preso dal proprio mestiere, che da poco è rientrato in America e che fin da subito viene accusato di essere un militante comunista: inquisito, isolato e privato del proprio lavoro, Merrill resiste e non fa ciò che gli viene chiesto, ovvero nominare e denunciare i colleghi e gli amici comunisti – contrariamente a quello che, nella vita reale, fecero i registi Elia Kazan e Edward Dmytryk. La bellissima fotografia curata da Michael Ballhaus ritrae e riproduce in modo pressoché perfetto la magica atmosfera dell’America più occidentale negli anni cinquanta. E alla sceneggiatura, che è firmata soltanto regista, ha in realtà contribuito il ricercato Polonsky, la cui partecipazione per ovvi motivi non è stata accreditata. Questi contorni fungono da soli da premessa a un contenuto che, di sequenza in sequenza, si rivela urticante e importante. Con sorpresa mi è impossibile spiegare come sia possibile ignorare un film del genere: sì, la maggior parte dei dizionari di cinema non lo ricorda, non è strano?

L’intelligenza della storia, a mio parere, sta nell’ambiguità del fatto che De Niro è soltanto un simpatizzante dalle intenzioni romantiche, un uomo di sinistra che ha partecipato a due o tre riunioni per poi esserne allontanato perché dissentiva troppo, e a normali manifestazioni pacifiche per dire no alla bomba atomica in piena guerra fredda; la denuncia del film non viene depotenziata dall’assenza di una presa di posizione politica da parte del protagonista, anzi è proprio sottolineando questa indeterminatezza che vengono comunicate con chiarezza la natura assurda dell’HCUA (Commissione per le attività antiamericane) e la violenza del meccanismo di istigazione al tradimento (appoggiato sul ricatto: se fai i nomi dei tuoi amici sei salvo, altrimenti ti vengono portati via i figli, vieni licenziato ed eventualmente vieni spedito in prigione per vent’anni.)

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Se da un lato abbiamo i potenti dell’HCUA e i dirigenti codardi che non vogliono più affidare la produzione dei film ai colleghi indagati, dall’altro abbiamo le vite spezzate delle vittime: Joe Lesser, impersonato da un Martin Scorsese fugace e divertente – la sequenza in cui Joe dichiara di partire per Londra pur di non denunciare gli amici è spiritosa come poche: Scorsese, col sorriso, dice che David Merrill (De Niro) è il vero genio mentre lui si limita a copiare i film degli altri; Bunny Baxter (George Wendt), la cui disperata richiesta all’amico Merrill di poterlo nominare alla Commissione per salvarsi ricalca palesemente la scelta di Kazan di fare il nome di Arhtur Miller; Dorothy Nolan (Patricia Wettig), attrice e amica di David, la cui sorte è una sola: il suicidio; infine Ruth Merrill (Annette Bening), la moglie di David, che metabolizza tutti colpi assorbiti dalla sua famiglia, una donna che sa manifestare le sfumature di un dolore assurdo e ingiusto.

Questi personaggi si ispirano a persone reali, a vittime che hanno cercato di difendere i loro diritti, la loro libertà di pensiero, parola e associazione. Che hanno cercato di salvaguardare la propria vulnerabile vita in quanto cittadini aventi diritti e doveri; tuttavia il governo ha posto loro termini e limiti precisi e non c’è stato modo di fermare il programma di pulizia che ha avviato. Cosa rimane da fare, allora, quando anche lo Stato tradisce e abbandona? Non rimane che andarsene nel vecchio continente, a Londra o in Francia – la culla di tutti i perseguitati; tradire e denunciare gli amici e i colleghi, pur di salvare la propria reputazione e la propria carriera; rifiutarsi di riconoscere la propria militanza comunista avvalendosi del Quinto emendamento; lottare per la propria libertà, anche a costo di abbracciare la miseria.

Mi piacerebbe concludere questo post con la battuta finale di De Niro, simbolo della resistenza di chi combatte per la libertà – collettiva e individuale – e per quel nobile sentimento di unione e speranza che a volte, per motivi di narcisismo e potere, ad alcuni viene negato:

Sono cresciuto lottando per gli ideali e crescerò mio figlio allo stesso modo. per quanto a volte sia difficile, continuerò ad andare avanti. Se questa non è la vera America, allora abbiamo fallito. Vergognatevi!

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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