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La guardia bianca: le stelle, il tempo e la musica

Grande fu, e terribile, l’anno 1918 dopo la nascita di Cristo, il secondo dall’inizio della rivoluzione. Fu ricco di sole in estate, ricco di neve in inverno, e due stelle stettero particolarmente alte nel cielo: la vespertina Venere, stella dei pastori, e il rosso, fremente Marte.

Nel romanzo La guardia bianca di Bulgakov il via libera è dato da due astri, Venere e Marte: due simboli tra loro opposti che anticipano i filoni narrativi del romanzo, ovvero l’amore e la guerra, la pace e il tormento; i due pianeti, fissi e luminosi nel cielo, aprono il romanzo in tono biblico e solenne e dettano un finale indeterminato. La guardia bianca ha, infatti, una forma circolare e aperta, così come la vita e il destino stessi dell’uomo. Una vita e una forma immense rispetto al circuito artefatto e umano ma ridimensionate di fronte alla vastità dell’universo, dove Venere e Marte rimangono in perenne sospensione.

Lo stesso Aleksej Turbin, uno dei protagonisti e anche fratello maggiore di Elena e Nikolka, vede il proprio ideale di nido famigliare rimpicciolirsi insieme al linguaggio dettagliato che lo esprime, perdendo sempre più importanza di fronte al caos estenuante della guerra civile. Ciò che resta sono allora una manciata di valori prettamente morali, la coerenza e il senso del dovere.

Il tempo nel cosmo è eterno e per questo non misurabile, mentre quello proprio dell’uomo, della volontà e dell’agire sembra finto, talmente fugace da non poter essere colto; anche la morte della madre, di cui si parla all’inizio del romanzo e che ha riportato Aleskej a casa, sembra accadere in fretta; è un evento tanto tragico quanto la guerra e risveglia immediatamente la lunga e assonnata memoria che connette i tre fratelli: l’infanzia, la mobilia di un tempo, gli ornamenti più e meno dettagliati, i passatempi e gli oggetti, vale a dire gli atomi fondamentali dell’universo familiare. Un mosaico di ricordi variegato, uno sguardo al passato fugace e silenzioso, ecco cos’è la vita dei Turbin.

Frattanto fuori dalla porta di casa il mondo sembra impazzito, sullo zerbino sono appollaiate tutte le speranze, le speranze di un futuro migliore, di una vita più lenta e luminosa; ma non c’è orologio né calendario in grado di dare ritmo e profondità alle vicissitudini che riempiono di paura i corpi delle persone. La Città, Kiev, è infatti martoriata dalle vicende della guerra civile, vede presenze alternarsi senza posa: bolscevichi, poi tedeschi e infine Petljura. Kiev è dunque il teatro di un’epopea storica fatta di sguardi, stanchezza, confusione e, soprattutto, fuga: da Kiev, dall’etmano e dall’esercito, da Mosca. La fuga è il linguaggio proprio del caos e della confusione, dei disaccordi e dell’abbandono, del tradimento e della paura e soprattutto del sogno. Dietro lo sfondo fatto di paura, sangue e proiettili, Kiev è permeata da un accordo musicale perpetuo, infinito, proveniente dalla casa dei Turbin dove qualcuno sfiora i tasti di un pianoforte e Nikolka pizzica le corde della sua chitarra. La musica dolce e familiare cerca di contrastare un’altra musica, ora più forte, ora più debole, più aspra e meccanica, proveniente dal grigiore del mondo esterno: scoppiettii di fucili, rombi di cannoni, tintinnii di speroni.

La guardia bianca, oltre a essere l’eco di una musica senza fine, ha due volti: uno lirico e poetico, l’altro epico e storico. Due filoni stilistici che sono accompagnati da due tempi differenti, quello umano, interno e terrestre e quello cosmico, eterno e dilatato. Due stili, due tempi, due pianeti: Bulgakov vuole dirci sotto forma di poesia in prosa che c’è stato un tempo di quiete, quello trascorso sotto la stella dei pastori, Venere, interrotto poi dall’arrivo della rivoluzione, preannunciata dal bagliore invadente della stella rossa sempre alta nel cielo. Ma è possibile far tornare l’armonia sulla terra? O appartiene soltanto al cosmo, all’infinito che ci circonda e da cui siamo dannatamente separati?

La guerra civile è un casino, comunque. Kiev è in un marasma opprimente, è afflitta da accadimenti tragici, azioni frenetiche e distruttive, è quindi impossibile cogliere il filo logico della realtà. Ma cosa c’è da capire nella guerra? Niente. Possiamo soltanto prevedere il dolore e la violenza della guerra, perché la neve quando arriva porta con sé un racconto che lascia un segno indelebile nei libri di storia. E possiamo udire il passo dei nemici quando il grande e potente sole rosso bacia Kiev indicando il percorso a Petljura e ai suoi uomini.

Era un sole così grande come mai nessuno aveva visto in Ucraina, e completamente rosso come sangue schietto. Dalla sfera che attraverso la cortina delle nuvole a fatica raggiava, indolenti s’allungarono strisce di sangue raggrumato e di siero.

Il sole denuda la realtà, la violenta e poi scortica la pelle delle persone per svelare l’aspetto più tragico della vita umana fatta di contrasti, istinti e sfiducia; e poi la luna, che con la sua luce pallida e incostante culla la forte inquietudine umana, è fonte di presagi e di sbiaditi pensieri notturni. E mentre il lettore si trova a essere in lotta con la storia, la crudeltà del fato, che sfiora la testa di tutti personaggi, spinge le parole verso destini universali, tragici e oberati di grami presentimenti, portandole sempre più a largo, verso i territori dell’irrazionalità e dell’insensatezza della vita umana. E al di sopra di questo microcosmo disordinato continua a governare in assoluto silenzio la quiete cosmica, rappresentata dalle stelle che sullo sfondo nero portano un po’ di luce, le stesse stelle che nessuno ha voglia di contemplare. Ma perché?

Tutto passa. Passano le sofferenze e i dolori, passano il sangue, la fame, la pestilenza. La spada sparirà, le stelle invece resteranno e ci saranno, le stelle, anche quando dalla terra saranno scomparse le ombre dei nostri corpi e delle nostre opere. Non c’è uomo che non lo sappia. Ma perché allora non vogliamo rivolgere lo sguardo alle stelle? Perché?

Solo le stelle daranno tregua al dolore dell’uomo, strappando in due il verbale crudele del destino. E allora coraggio, sembra dire Bulgakov, alzate gli occhi e contemplate il cielo, contemplate ciò che c’è di più perfetto in questa scatola immensa che per convenzione chiamiamo vita, e non morte.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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