/ Consigli di lettura

La morte a Venezia

La sua bellezza era inesprimibile e, come altre volte, Aschenbach sentì con dolore che la parola può, sì, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla.

Di cosa si parla quando si parla del romanzo La morte a Venezia di Thomas Mann?

Si parla prevalentemente del protagonista, Gustav von Aschenbach – noto scrittore tedesco e ospite di Venezia, la città lagunare, elegante e pigra, ammorbata da un’aria pestilenziale, da lui deliberatamente scelta come luogo di villeggiatura; si parla di come questo artista ricerchi disperatamente nella fuga-pausa dall’austero lavoro artistico un modo per essere finalmente sereno, e quindi di come tenti di evadere dalla monotononia della sua esistenza quieta dopo una vita silenziosa.


Photo by Rebe Adelaida / Unsplash

A Venezia il protagonista entra in contatto con vari personaggi, tra cui un ragazzino che fin da subito lo colpisce per il suo aspetto, descritto da Mann con le seguenti parole:

Di corpo esile e minuto, sparuto ed emaciato anche nel viso, con un cappello sordido piazzato sulla nuca in modo da lasciar sfuggire un ciuffo di capelli rossicci da sotto la testa, se ne stava un po’ discosto dai suoi, sulla ghiaia, in una posa di impertinente spavalderia, e lanciava, percuotendo le corde in un irruente canto declamativi, i suoi frizzi verso la terrazza, facendo un tale sforzo che le vene gli si gonfiavano sulla fronte.

Il ragazzino si chiama Tadzio, è polacco ed è in vacanza a Venezia con la famiglia. Inizialmente quella che prova Aschenbach sembra essere una semplice attrazione che però viene prontamente negata, per la quale oltretutto si sente un po’ ripugnato, data la notevole differenza di età; ma poi, accumulando tensione ed energia, essa finisce per incrinarsi ed esplodere in un innamoramento platonico e manifestarsi senza pudore in un’estasi profonda. Aschenbach arriva a dare l’impressione di voler diventare l’agiografo definitivo di Tadzio, il quale sembra tutto fuoché umano poiché contraddistinto da un’indicibile bellezza efebica e angelica.

Sullo sfondo Venezia sembra volersi erigere con arroganza, sprofondando di pagina in pagina in un’atmosfera nefasta. Il miasma che aleggia tra i vicoli, e che a un certo punto sembra trasudare dal libro, vuole essere la metafora del decadimento dei valori e la rovinosa caduta della borghesia. Il positivismo e razionalismo dell’Ottocento hanno causato uno smarrimento individuale, hanno cioè scollato l’uomo da ciò che è prettamente spirituale e perciò hanno portato alla perdita dei punti di riferimento propri del mondo classico: la famiglia, la patria e Dio.

Poiché accerchiato dalla tradizionale compostezza borghese e da un romantico sentimento irrazionale prodotto dall’arte e dalla Bellezza, Aschenbach si trova sempre più inadeguato rispetto alla società; diventa chiaro dunque che il viaggio a Venezia assume l’aspetto di una grave necessità. E proprio qui trova l’estasi romantica che Aschenbach, in quanto artista, ha da sempre agognato, una tensione prima spirituale poi autodistruttiva che lo espone a una rischiosa ossessione travolgente per un ragazzino a cui non ha mai parlato.

Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall’educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola. Fra di loro c’è inquietudine ed esasperata curiosità, l’isteria di un bisogno insoddisfatto, innaturale e represso di conoscersi e di comunicare e soprattutto una sorta di ansiosa attenzione. Infatti l’uomo ama e onora l’uomo fino a che non è in grado di giudicarlo, e il desiderio è il frutto di una conoscenza incompleta.

Ed essendo malato-ossessionato, Aschenbach arriva a perdere la ragione. La passione è cieca, ha un potere vischioso che chiude il protagonista in una realtà impossibile in cui egli non può che sognare a occhi aperti; infatti, è talmente folgorato dall’immagine fulgida di Tadzio che arriva a tingersi i capelli e truccarsi per apparire più giovane, quindi per lanciare l’amo in mare e aspettare che la preda abbocchi. Ma Tadzio non sembra per niente stimolato dai prolungati sguardi lanciati da Aschenbach, il quale tra l'altro mantiene sempre le distanze per salvaguardare il proprio diritto alla tacita contemplazione della Bellezza.

Il miasma, che cela un’importante epidemia di colera e che è anche uno dei temi centrali del romanzo, ha decisamente una funzione allegorica: rappresenta la spaccatura del protagonista, l’impossibilità di risolvere l’enigma che lo ha messo con le spalle al muro, la contrapposizione tra la crisi etica che lo tormenta e la sua ossessione estatica per Tadzio.

Come suggerisce il titolo stesso, l’epilogo non può che essere rappresentato dalla morte, costantemente presente nel racconto. Ma qual è la migliore morte per un artista? Indubbiamente quella di cui è vittima Aschenbach nell’ultima pagina meravigliosamente scritta da Mann, il quale tra l’altro sembra dimostare grande risolutezza dinanzi a tanta tristezza. E com’è che muore? Smette semplicemente di respirare a causa di un arresto cardiaco sulla spiaggia, mentre contempla Tadzio che viene inghiottito dal fulvo sole che già sfiora l’orizzonte.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

Read More