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L'aleph

L’aleph (א) è la prima lettera dell’alfabeto ebraico che, secondo la kabbalah, mette insieme macrocosmo e microcosmo, coscienza umana e coscienza divina, essere finito ed essere infinito in un unico simbolo. Il microcosmo è l’essere umano, che è appunto essere finito. In ebraico Adamo, che significa letteralmente essere umano, si scrive così: אָדָם. Si può notare che la prima lettera (in ebraico la lettura avviene da destra a sinistra) è proprio l’aleph (א) – dunque un simbolo che ha a che fare necessariamente con l’essere umano.

L’aleph, secondo la kabbalah, quindi l’ebraismo rabbinico in senso stretto, ha un valore numerico pari a 1. Ora, la tradizione ebraica vuole che la preghiera più importante sia lo Shemà Israel (in italiano Ascolta, o Israele), nella quale si afferma che Dio è Uno (אלוהים הוא אחד, elohim hu echad). Pertanto, se l’aleph rappresenta l’Uno (Dio) ed è anche la radice dell’uomo (Adamo), essa può rappresentare la scintilla di divinità e unità che è dentro a ognuno di noi.

Secondo la kabbalah nella forma grafica dell’aleph è racchiusa una parte della creazione, in particolare il momento in cui Dio divide le acque superiori da quelle inferiori (capitolo I° della Genesi). La scissione universale prevede che al centro delle due acque sia posto ciò che in ebraico viene detto rakia, ovvero il firmamento.

Entrando nel dettaglio, l’aleph si rivela composta da più lettere: due י, che si legge jōdh (una posta superiormente che rappresenta le acque superiori, e un’altra inferiormente e scritta invertitamente che indica le acque inferiori) e una ו, che si legge wāw (posta al centro dell’aleph e rappresentante il firmamento). La scissione genesiaca inclusa nel significato di questa lettera è traducibile anche in termini più pratici: rappresenta la scissione che avviene nella coscienza umana (ricordo di nuovo la stretta relazione tra l’aleph e Adamo). Sotto questa prospettiva le acque superiori divengono il livello disupercoscienza in cui l’indole è cristallina, ed è la parte a diretto contatto con Dio, mentre le acque inferiori sono il livello di coscienza torbido, caotico e pericoloso, in termini pratici è l’inconscio in cui sedimentano i nostri frammenti più importanti. I due livelli sono divisi e al tempo stesso uniti dalla rakia, dal firmamento, ovvero dalla ו (wāw), che rappresenta il livello conscio dell’uomo.

Tutto questo ha una conferma matematica, almeno secondo l’ebraismo rabbinico. Ricordo nuovamente che l’aleph ha valore numerico pari a 1. Se la lettera ו (wāw) viene scritta per esteso, e quindi viene riempita (come, ad esempio, in italiano: la lettera F può essere riscritta in nella forma effe), consta di due ו ו, che hanno un valore numerico pari a 12 (ognuna, infatti, vale 6). Ora, dodici sono i segni zodiacali e questo, per la kaballah, è un chiaro riferimento alla volta celeste, quindi al firmamento. La י (jōdh) vale 10, quindi il valore complessivo nell’aleph è di 20 (10 + 10) che, aggiunto al 12 portato dalla lettera ו, dà complessivamente 32.

Tale numero, sempre in kabbalah, ha un significato importante in quanto rappresenta la parola בל (lev), che in italiano significa cuore; infatti la ל (lamedh) vale 30 e la ב (bet) vale 2. La scomposizione della lettera aleph, allora, ci porta dritti al cuore. E se ricordiamo quanto ho scritto precedentemente, l’aleph è descrivibile come la scintilla di divinità nascosta dentro di noi, quindi ciò che l’ebraismo cerca di fare è mettere in relazione il cuore con l’anima. Da questo punto di vista viene confermato numericamente quanto altre religioni e credenze cercano di verificare a parole, ovvero che la presenza divina nell’essere umano è circoscritta nel cuore, nell’anima. Ma oltre a questo (che indubbiamente è un argomento rivelante, almeno per l’ebraismo) bisogna considerare un fatto decisamente più pratico: il cuore è un muscolo involontario che per sua natura non risponde agli ordini del pensiero e che quindi, indipendentemente dalla nostra volontà, continua a pompare sangue nel nostro corpo; in kabbalah la relazione tra cuore e Dio viene sottolineata dal fatto che Egli crea la realtà continuamente dal nulla, ex nihilo.

Questo interessantissimo parallelismo si manifesta dunque nell’universalità dell’aleph, ed è sintetizzabile nella funzione del cuore e nella presenza dell’anima nell’uomo, oltre che in Dio – lo stesso Dio che assume nomi e volti differenti in base al luogo in cui si nasce e si vive, ma che alla fine rimane soltanto un numero, ovvero l’1. Dio, che opera e crea continuamente e soprattutto disinteressatamente.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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