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Pelle di serpente: riportarsi alla vita

Quella raccontata in Pelle di serpente (1960) è una storia classica che cerca, e trova, una somiglianza nella tormentata storia d’amore tra Orfeo ed Euridice; diretto dal prolifico Sidney Lumet e scritto dal lodevole Tennessee Williams, Pelle di serpente è un film che ha le carte in regola per essere un’ottima pellicola. Inoltre la fotografia è diretta dal talentuoso Boris Kaufman, vincitore del premio Oscar alla migliore fotografia per Fronte del porto nel 1955; la presenza di Kaufman è importante giacché dà spessore e brillantezza alla storia (naturalmente narrata in bianco e nero.)

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In breve, il protagonista è Val Xavier, interpretato dall’affascinante Marlon Brando, un uomo che vaga con la chitarra e vive suonando nei locali. Alla sua chitarra, che più volte nel corso del film definisce life’s companion (compagna di vita), non sa rinunciare, al punto che nessuno al di fuori di lui la può toccare. Oltre a portare con sé il suo strumento, non può togliersi di dosso la sua giacca di pelle di serpente, per la quale è stato soprannominato Snakeskin. Dopo essere stato coinvolto in una rissa, ed essere stato chiamato in tribunale, Val promette al giudice che non darà più problemi e che abbandonerà la città. Così, cerca fortuna in una contea degli Stati Uniti del sud; lì trova lavoro presso un negozio gestito da Lady Torrance (Anna Magnani), una donna disperata, stanca, di origini italiane, sposata con un uomo scorbutico e malato, che a stento può alzarsi da letto, il cui nome è Jabe Torrance. Tormentato dalla presenza di Caroline Cutrere (Joanne Woodward), una ragazza folle, alcolizzata e terribilmente affascinata da ciò che il personaggio di Brando incarna, Val opta comunque per un’altra vita e lega con Lady fin da subito; entrambi riscoprono la dolce leggerezza della vita: lei trovando conforto in lui, e lui trovando sicurezza in lei.

Pelle di serpente è indubbiamente un film simbolico che fa leva sulle reticenze teatrali di Brando e sugli atti di poetica disperazione della Magnani, portato in scena da un regista valente e ideato da un drammaturgo che, personalmente, trovo geniale. Il lessico della storia è genuinamente d’amore e appoggia su un mosaico di elementi marcatamente sottolineati da Tennessee Williams, che penso possa essere interessante elencare e spiegare. Almeno, questi sono gli elementi che ho rilevato io.

LA PELLE

C’è un richiamo continuo alla pelle. La giacca di pelle di serpente, che contraddistingue il giovane e tormentato Val, quel fuggitivo che è alla ricerca di qualcosa di informe che rassomiglia molto alla stabilità tipicamente famigliare, alla definitiva pace interiore. Poi c’è la pelle dei negri, discriminati senza ritegno dai cittadini della contea – lo sceriffo dirà a Val che come i negri devono andarsene da quella cittadina entro il tramonto, così i giovani perditempo come lui devono dileguarsi entro l’alba. Infine c’è la pelle come divisione interposta tra due corpi umani che entrano in contatto: la scena in cui Brando tiene le mani della Magnani e dice che non è possibile arrivare all’essere interiore dell’altro, perché c’è la pelle che funge da ostacolo, è una scena pregna di una rara e dolce malinconia.

LA LIBERTÀ

La libertà in Pelle di serpente assume diversi aspetti. Lo stile di vita di Val cerca di imitare ciò che è ideale per un viandante, ovvero la libertà stessa – in particolare mi riferisco alla beat generation, mi viene subito in mente Jack Kerouac. La libertà però è anche decidere di darci un taglio col passato e ricominciare daccapo con grinta. Non a caso Val dice più volte nel corso del film di non essere stanco ma di sentirsi stufo. Poeticamente Tennessee Williams ha poi introdotto una nobile metafora sulla libertà, e credo sia necessario lasciare qui sotto la scena in cui Brando parla di questo, con tanto di citazione tradotta in italiano, perché merita davvero.

Ci sono degli uccelli che non hanno zampe, non possono appoggiarsi, e devono passare tutta la vita a volteggiare in aria. Una volta ne ho visto uno. È morto ed è caduto a terra, il suo corpo era azzurro ed era minuscolo come il suo mignolo. Era così  leggero sul palmo della mano che non pesava più di una piuma […] per questo i falchi non li prendono, perché non li vedono. Non li vedono perché si confondono con il blu del cielo, vicino al sole […] Volano tanto in alto che ai falchi verrebbero le vertigini. Quegli uccellini non hanno zampe per niente quindi devono vivere sorreggendosi con le ali. E dormono sul vento. Fanno proprio così, loro. Loro aprono le ali e si addormentano sul vento. E scendono su questa terra soltanto una volta… quando muoiono.

IL PADRE

Di Val non si sa molto, in fondo è un essere umano privo di radici. In Lady Torrance invece vediamo il riverbero di un passato dolce e triste al tempo stesso. È come se Lady fosse satura degli eventi trascorsi, delle vicissitudini che ha dovuto affrontare – gli occhi stanchi e l’aspetto scarno sembrano attestarlo. Il padre è uno dei più importanti riverberi che Lady ci trasmette: quando era più giovane con lui gestiva una fattoria dotata di vigne e alberi da frutto; siccome il padre commerciava (lecitamente e giustamente) con i negri, la gente del posto lo giudicava male. E così, qualcuno un sera ha appiccato il fuoco e l’incendio, oltre a carbonizzare la vigna, ha ucciso l’uomo, rendendolo testimone e vittima di una situazione sociale a dir poco raccapricciante. Il dubbio su chi sia stato il mandante di tale omicidio aumenta esponenzialmente per tutto i film, fino a sfociare in acuti atti di disperazione da parte di Lady.

IL FUOCO E L’ACQUA

Due elementi naturali, biblici, indispensabili e, a volte, distruttivi e letali. Il fuoco è l’incendio, l’astio smisurato verso il diverso (i negri e il giovane Val), l’invidia esacerbante propria di una mentalità chiusa e ipocrita, e la gelosia di chi pretende di essere amato senza dar nulla in cambio, se non livore. Ma il fuoco è anche sinonimo di calore umano, quello che Val trasmette prestando la sua giacca di pelle a Lady, tremante di freddo – un fuoco a cui però non è possibile accedere direttamente. L’acqua è salvezza, almeno apparentemente. Placa il fuoco, fino a spegnerlo. Accorre laddove qualcuno grida aiuto, o al ladro. Quindi l’acqua – l’elemento biblico per antonomasia, simbolo di purificazione e luogo in cui si compie la vita – paradossalmente può finire per soffocare l’ultimo sussurro.

Non è possibile stabilire se Val avesse ragione nel sostenere che la pelle ci separa dall’altro; tuttavia c’è da dire con sicurezza e fiducia che dell’essere umano qualcosa rimane, quando passa. Di una persona rimangono le memorie, le opere compiute, le influenze (positive e negative) esercitate sugli altri. Rimangono gli oggetti che resistono al tempo, al fuoco, all’acqua. E anche se qualcuno, proprio come Val e quell’uccellino azzurro senza zampe, vive volando e dorme sull’aria, un segno lo lascia. Sì, perché la caduta stessa determina un mutamento.

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La scena finale di Pelle di serpente mi ha fatto pensare a due cose. La prima è che la nostra esistenza, una volta spentasi, viene conchiusa in quella di chi ci sta attorno e tradotta nella forma del ricordo. Pertanto possiamo dire, in un senso più poetico che pratico, che viviamo in eterno. La seconda, e la più importante perché è il significato della storia, è che Val e Lady, entrambi bisognosi di qualcosa e qualcuno, alla fine sono riusciti a riportarsi alla vita. Insieme.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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