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Ricapitoliamo

Ricapitoliamo. Dunque, di recente sono sparita. Prima ho smesso di usare Instagram per qualche settimana, preannunciando sul social network stesso che avrei smesso di stare online per un po’ – e sarcasticamente aggiunsi “forse pure per sempre”. Poi non ho più scritto nulla sul blog dopo l’articolo sul film con James Dean. Infine il canale ha smesso di esistere da un po’, e uno di voi, facendomelo notare e chiedendomi spiegazioni, mi ha indotto a scrivere questo post.

Non credo sia necessario spiegarvi i motivi per cui mi sono allontanata da Instagram (e da Internet in generale), perché sono banali. Avevo semplicemente voglia di staccarmi da queste realtà che mi, anzi ci, infettano ogni giorno. Per quanto riguarda il blog, non ho più pubblicato nulla perché non ho avuto modo di farlo. Semplice.

Il canale l’ho chiuso in seguito a problemi di partnership. In realtà non ho ancora capito i motivi per cui le cose sono andate così, e adesso mi viene da sorridere a pensare che, presa dalla rabbia, ho avuto la brillante idea di cestinare definitivamente il canale, perdendo di conseguenza tutti i video e gli iscritti. Che sciocca che sono stata! Finalmente, però, ho preso consapevolezza di un mio grande difetto: divampo in un batter d’occhio, prendo fuoco senza neanche rendermene conto, agisco di impulso senza darmi il tempo di riflettere. Ora che è passata qualche settimana e il nervoso è svanito, ora che ho voglia di mettermi davanti alla telecamera e parlarvi di un libro che ho letto, non posso farlo perché il canale non esiste più; è irrecuperabile, è finito nel buco nero delle informazioni obsolete di YouTube.

Che cosa dovrei fare? Vestirmi di nuovo da Sara Yates e aprire un nuovo canale ricominciando da zero? Ne ho davvero voglia? Più che altro ho realmente le forze per impegnarmi nel parlare davanti a una telecamera che non capisco se mi terrorizza o mi ammalia?

Parlo da arrogante, lo so. Questa vita è una battaglia fiacca che ultimamente mi sta insegnando soltanto a essere altezzosa. Credo sempre di avere l’ispirazione per scrivere – sia sul blog che altrove – o più in generale per produrre qualcosa con le mie mani, ma poco prima di mettermi all’opera mi rendo conto che quella che provo non è ispirazione, bensì semplice ansia. Vorrei riconoscerla come ansia di vivere, giusto per figurare più romantica di quello che sono, ma credo, e lo dico con grande sconsolazione, che si tratti più che altro di una banalissima frenesia. Una frenesia determinata dall’incapacità di percepire il tempo. In un certo senso sono gelosa del tempo perché probabilmente è l’unica cosa che nella vita vorrei riuscire a possedere, gestire e controllare; ma in definitiva, al momento, si è rivelato essere l’unica cosa che proprio non posso comprendere.

Forse è per questo che agisco di impulso, mi lascio incendiare dal nervoso e non mi dedico alla serena riflessione?

Voglio parlarvi di quello che ho fatto nell’ultimo periodo. Ho studiato tanto, sono andata a lezione ogni giorno e prendere l’autobus è diventata la mia nuova attività preferita perché lì, proprio lì, in quella scatola stretta e oblunga, è condensata l’umanità. Ho scoperto una cosa che negli anfratti del mio spirito già sapevo, a cui però non avevo mai pensato ad alta voce, ovvero che l’umanità ha la pelle di vari colori, ha occhi profondi curiosi spaesati luccicanti stanchi emozionati, ed è quasi sempre animata da buone intenzioni. Adoro osservare le persone che salgono sull’autobus: non ce n’è una uguale all’altra ed è piuttosto divertente individuare e contare le differenze principali nell’attesa di andare all’università o di tornare a casa.

Sto aspettando che la pioggia cada, e suppongo la stiate attendendo impazientemente anche voi. Sono in attesa da mesi. Mi sento così sconsolata nel vedere che il cielo plumbeo e cupo non si decide a versare un po’ d’acqua; ce ne sarebbe bisogno, di acqua dico, vista la terra arida, i fiumi prosciugati e il bitume delle strade insozzato dei nostri rifiuti tossici.

Sono stata all’Opera di recente, era la prima volta che ci andavo; se devo dirla tutta quella è stata anche la prima volta che sono entrata nel meraviglioso e famoso teatro del centro. In seguito a quella piccola esperienza allegra ho sentito di aver ignorato per troppo tempo la mia città, di averne considerato sempre e soltanto i lati negativi. Reggio Emilia è dimenticata un po’ da tutti, perché dovrei fregarmene anche io? È una città innominabile e inesistente, quasi quanto il Molise; eppure è proprio qui che è nato il Tricolore, è qui che è stata fatta la resistenza più che altrove ed è qui che sono nate alcune delle idee culturali più belle d’Italia. È una città materna, questa, e vorrei, forse perché dovrei, portarmi in giro per Reggio più spesso. (Vi lascio come immagine di anteprima la foto che ho scattato al teatro Valli in pieno centro storico, così potete pregustare una parte della mia città. Poi però fateci un salto se potete!)

Passiamo a un discorso coerente con quello di cui parlo sul blog: a inizio ottobre non ho letto molto, però ho recuperato verso la fine del mese – il libro di cui avrei voluto parlare su YouTube è La morte a Venezia, che ho amato follemente. Vorrei parlarvi, inoltre, delle lezioni di sociologia a cui ho partecipato negli ultimi due mesi e che mi hanno stimolata molto facendomi indignare e incuriosire. Spero di cuore di avere modo di parlarne in futuro mediante articoli di approfondimento: ci sono alcune tematiche di cui ha discusso il professore che meriterebbero respiro anche qui. Alcuni esempi? Beh, l’inquinamento ambientale e le mille illusioni che assimiliamo dal seno della madre-televisione – e naturalmente da tante altre figure efferate che annientano l’essere che siamo realmente. Quando si tratta di queste cose, e in particolare quando si scrive online, c’è sempre il rischio di sproloquiare e non di discutere ragionevolmente, pertanto avrò bisogno di fare chiarezza dentro di me prima di parlare seriamente – e come vedete il discorso è sempre lo stesso. Darsi tempo.

Ma non troppo.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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