/ Consigli di lettura

Richard Yates e le sue radiografie dell'anima americana

(Una di quelle compilation che più mi ricordano il romanzo di cui parlo nelle righe successive.)

Lo stile di Richard Yates in Disturbo della quiete pubblica è onesto fino a sembrare sfacciato. È terrificante per la sua chiarezza, è come un colpo in testa: doloroso e immediato. Nella fattispecie, questo romanzo è arrabbiato e parecchio nervoso, o meglio, contiene un’ansia tipicamente americana, definibile anche come una tensione rivale su come si viene visti dagli altri. Yates mette in scena personaggi che calcolano e valutano in continuazione, perché vogliono capire chi arriverà per primo e chi ha di più. Sono invidiosi, stanchi e, naturalmente, falliti. Gli uomini e le donne yatesiane sono accomunati dallo stesso obiettivo: vogliono tutto e subito, senza il minimo sforzo; aspirano al successo senza riuscire a raggiungerlo. È un vero strazio… non solo per loro (e per l’autore), ma anche e soprattutto per il lettore.

Ma chi legge Yates oggi? Poche persone, mi sa. Lo conoscono solo quei lettori animati da un amore profondo e riverente verso la letteratura buona. Il mio timore è che Yates non venga fatto leggere a scuola per il semplice fatto che i suoi libri sono onesti, schietti e grezzi. Penso che Richard Y. fosse un tipo da “io dico le cose in faccia, mai alle spalle”, e sono abbastanza sicura che seguisse davvero quel comandamento. (Non metto in dubbio il fatto che Yates, pur essendo oppresso dalla sua misantropia e dalla sua irrequietezza, fosse una persona estremamente rispettosa. D’altra parte apprezzo molto le sue opere per la loro forma onesta e disinibita.)

Tornando a noi… di cosa parla Disturbo della quiete pubblica?

Parla dell’America degli anni sessanta, più precisamente del periodo di Kennedy e della Baia dei Porci. Quel che risalta dalle righe del libro di Yates è un Paese di cartapesta in cui dominano il benessere, l’ossessiva ricerca del lusso e l’esagerato ottimismo tipicamente statunitense; un Paese che si autoproclama Impero, che alimenta a dismisura la stima che ha di sé e che, per questo, legittima tutte le sue aspirazioni dettate dal capitalismo da cui è dilaniato. In quest’arrogante pretesa, che da sempre caratterizza la politica economica statunitense, emerge con durezza John Wilder, un trentaseienne che vende spazi pubblicitari per la rivista American Scientist, marito e padre: la penna di Richard Yates finisce per fare di John l’incarnazione dei valori e dello stile di vita del classico americano medio. Tutto normale? No, nella vita borghese non va mai bene niente.

A inizio romanzo John si trova fuori casa per lavoro, a Chicago; dovrebbe rincasare ma cambia idea e chiama sua moglie, Janice: non può tornare – perché? Perché ha bevuto troppo e l’ha anche tradita con una ragazza più giovane di lui – fa lo stesso, John, torna! Ma John non torna, anzi non può tornare – perché?

Lo vuoi veramente sapere, dolcezza? Perché ho paura che potrei uccidervi, ecco perché. Tutti e due.

Da qui prende inizio la decadenza progressiva di John, che alla fine lo porta alla rovina totale. Ma prima John finisce in una clinica psichiatrica perché una crisi di nervi (quella che lo ha annebbiato al punto da spingerlo a dire che avrebbe commesso un omicidio domestico) mette lui e gli altri a rischio; pertanto l’unica soluzione è il reparto del Bellevue. L’esperienza al Bellevue lo segna profondamente, lo illude di potercela fare. Sì, lo illude, perché non appena lascia l’ospedale il problema con l’alcol torna ad aggredirlo. John allora fa un tentativo: segue gli incontri degli AA (Alcolisti Anonimi) e si affida alle cure di uno psichiatra che gli prescrive farmaci piuttosto potenti e dagli effetti collaterali notevoli se assunti bevendo alcolici. Il problema è che, da qualche tempo, nella testa di John s’è fatto largo un impulso che non gli permette di trovare  il giusto equilibrio. Non a caso cerca di accettare la vita che è costretto a fare, la vita borghese fatta di lavoro, finti manierismi e inutili sofismi, ma non ci riesce. Il nervosismo e l’incontenibile rabbia lo inducono a bere di nuovo senza controllo, a giustificarsi mentendo in continuazione e ad andare a caccia di altre ragazze; fino a che, un giorno, gli si presenta davanti al naso la possibilità di riprendere in mano la propria vita. È l’occasione che capita una volta soltanto, l’opportunità di ricominciare daccapo e di rifarsi da cima a fondo. John segue il proprio respiro e si improvvisa regista di un film sperimentale basato sulla sua esperienza all’ospedale psichiatrico. Ma ben presto questo suo virtuosismo, questa sua ridente voglia di mettersi in gioco, si dimostrano per quello che sono realmente: un mero fallimento. John annienta inconsciamente e sistematicamente tutto ciò che c’è di promettente nella sua vita, perché “i semi dell’autodistruzione sono in quest’uomo fin dall’inizio”. Il suo scopo quindi non è produrre un film ma arrivare a toccare il fondo della situazione perché la sua vita è priva di senso, ed egli è un uomo finito, afflitto e malato poiché incapace di risolvere questa insensatezza irriverente. In conseguenza di ciò John non può (perché non riesce) tollerare la vita che lui e la sua famiglia conducono, e allo stesso modo si rivela totalmente insofferente ai suoi desideri giovanili e sogni cinematografici. Nella testa di John si delinea un’intuizione chiara e allarmante, che prende vita dalla realtà tangibile e con la quale John si scontra ripetutamente; il concetto di perfezione – inculcato nella testa degli americani dalla televisione – forse si è incrinato. Il passo successivo è allontanarsi dalla famiglia, o meglio, dall’idea di trovare amore e sicurezza nella famiglia, quindi scagliarsi sugli oggetti e trovare piacere nel denaro. John, che finge di interessarsi di sé, segue proprio tale principio: si allontana per un attimo dagli alcolici per passare, in realtà, a un’altra dipendenza, quella dei farmaci, che a sua volta fa sì che a lui non importi più di tanto ciò di cui ha realmente bisogno. Se nella vita di John niente ha senso, direzione e fondamento, allora si può dire che il suo problema è prettamente esistenziale – e irrisolvibile, giacché nessuno stile di vita è capace di debellare la consapevolezza dell’insensatezza dei propri atti e desideri.

A un certo punto del romanzo, sembra che John Wilder sia l’unico matto sul pianeta quando la verità è che è l’America intera a essere impazzita. Agli occhi di chi guarda da fuori, pazzo è colui che spara in testa al presidente nel 1963 a Dallas. Nel libro di Yates il colpo alla testa di Kennedy è il simbolo della crisi esistenziale che affligge Wilder, la cui capoccia è anch’essa come saltata in aria: non a causa di un proiettile, ma per colpa di una ferocia inconscia e collettiva. Quella di Richard Yates non mi sembra essere, però, una scontatissima denuncia all’ipocrisia e al perbenismo della sua nazione; dalle sue pagine sembra piuttosto emergere un popolo incoerente che non vuole conformarsi a ciò che dice di essere. Per questo l’assassino di Kennedy diventa un eroe cui John in segreto supporta, poiché almeno lui è stato capace di fare qualcosa che nessun altro ha saputo fare, perché un singolo umano ha avuto il coraggio di uscire dalla comunità, è andato all’azione seguendo la sua volontà e ha liberato la massa plagiata e omogenea dal fallimento universale.

Provava simpatia per l’assassino e sentiva di capire il suo movente. Kennedy era troppo giovane, troppo ricco, troppo bello e troppo fortunato; era l’incarnazione dell’eleganza, dell’intelligenza e della finezza. Il suo assassino aveva parlato in nome della debolezza, delle tenebre nevrotiche, della battaglia senza speranza e delle passioni autodistruttive dell’ignoranza, e John Wilder comprendeva tutte queste forze anche troppo bene. Si sentiva quasi come se fosse stato lui a premere il grilletto, ed era sollevato di essere lì, tremante e in salvo nella propria cucina, a tremila chilometri di distanza.

John Wilder. Il cognome, solo alla fine della storia, sembra assumere un significato più chiaro. Wilder: selvatico, indomabile. È difficile non vederci una metafora più ampia della nostra parte naturale e grezza, di ciò che siamo in realtà: animali imperfetti la cui mente in fiamme vede fuori di sé attraverso se stessa, e diventa d’improvviso una forza implacabile che ineluttabilmente travolge ogni cosa e si oppone a ogni nodo razionale a essa esterno.

Ah! Non rimane da dire che Richard Yates ha prodotto le migliori radiografie dell’anima americana. E allora leggiamole, leggetele, fatele leggere!

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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