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Sempre in attesa a Revolutionary Hill

Mi rendo conto che non scrivo da un po’. Oggi ho pensato di farlo, dato che ho letto un libro particolarmente bello e sento la necessità di parlarne; ma il pensiero che è da un po’ che non mi siedo e rifletto sulle parole da buttare giù, mi mette a disagio. Ci provo, però.

Questa estate ho iniziato a leggere Revolutionary Road, il romanzo più famoso del grande romanziere americano — Richard Yates . Di norma, però, durante il periodo estivo è raro che io riesca a leggere con costanza e soprattutto con attenzione; infatti, pochi giorni dopo averlo cominciato, l’ho abbandonato senza neanche sentirmi turbata — come invece accade abitualmente non appena lascio a metà un libro. Solo a settembre ho pensato di riprenderlo in mano, un po’ perché ero curiosa di conoscere a fondo la storia e un po’ perché mi sentivo in dovere di leggerlo definitivamente. In fondo, il legame che c’è tra me e Yates è pateticamente importante: a lui ho fregato il cognome per usarlo come titolo del blog — come potrei, quindi, voltargli le spalle rifiutandomi di leggere il suo libro, tra l’altro quello più importante?

Revolutionary Road è stato pubblicato nel 1961 negli Stati Uniti riscuotendo grande successo fin da subito. La trama è molto semplice: siamo nel 1955, nel Connecticut, più precisamente nella zona residenziale di Revolutionary Hill, dove avviene la maggior parte delle faccende narrate nel libro; i protagonisti sono Frank e April Wheeler, una giovane coppia di coniugi piuttosto eccentrici e turbati, la cui vita, assieme a quella dei loro due figli, viene sconvolta da un climax di eventi destabilizzanti. Superficialmente l’esistenza dei Wheeler appare arricchita da fatti positivi e decisamente normali: la compagnia teatrale, i divertimenti nei fine settimana, le serate passate in compagnia dei vicini, la vita domestica placida, la routine del lavoro, l’alcol, i figli e i relativi impegni, la fatica di mantenere integra e apparentemente felice la famiglia, i litigi e le immediate riappacificazioni. Ma se il lettore prosegue e scava a fondo scopre che la verità è un’altra: i Wheeler sono continuamente afflitti da sciagure e calamità che a tratti sembrano demolire una volta per sempre l’unità della famiglia; borghesi fino al midollo, April e Frank non fanno altro che lamentarsi di quanto la società sia deplorevole, e lo fanno sia tra le mura casalinghe che tra quelle degli amici e vicini di casa, i Campbell, di cui prima si fidano poi se ne allontanano perché più di tutti incarnano gli stereotipi che i Wheeler detestano e temono. I bambini, invece, sono un impegno sorprendentemente importante e a volte sono troppo irritanti; a Frank il lavoro non piace, lo ritiene inutile e stupido ma non ha il coraggio di cercarne uno migliore, mentre April non ha molto da fare se non compiere il dovere di madre, moglie e donna di casa. Ma proprio quando le cose non sembrano più gestibili e riparabili, proprio a lei viene in mente un’idea un po’ romantica, un po’ affrettata e — secondo me — un po’ falsa: vendere la casa e trasferirsi in Europa, dove con Europa intende dire Parigi. In pratica è una soluzione per cercare di mettere in silenzio il malessere che ha infettato i due giovani. April cerca di persuadere Frank condendo l’idea con progetti allettanti: a Parigi, infatti, Frank non dovrà lavorare perché ci penserà April, lui dovrà solo dedicarsi a trovare se stesso, a capire che cosa vuole combinare nella vita, a cercare ispirazione per manifestare la sua vera natura. Il futuro verrà da sé — in certo senso è proprio questo che April sta cercando di dire. Andiamocene e si vedrà. Frank, che solo apparentemente è convinto, nell’attesa di partire si lascia plagiare dal canto seducente di una giovane collega: Maureen Grube; gli viene anche offerta una promozione consistente nello scrivere discorsi motivazionali per i venditori dell’azienda. Quel che succede successivamente, lo lascio scoprire a chi ancora non ha letto il libro.

Viene facile pensare che Revolutionary Road sia una sorta di accusa nei confronti dei sempliciotti, di quelle anime speranzose che vedono nella fuga dalla città e dagli impegni un possibile equilibrio. O forse no. Forse Revolutionary Road è solo una storia di persone allo sbando e suddite di una società opaca, noiosa e letale. Persone così ignoranti da apparire ingenue, soggetti inetti che non hanno alcun controllo della loro volontà, che sanno di dover cambiare per poter guarire dal malessere che li tormenta ma che, nei fatti, non cambiano mai. Ecco chi sono i Wheeler: le classiche persone che sembrano essere in cerca di qualcosa di autentico e moralmente giusto, ma che in realtà stanno solo escogitando una soluzione più facile e meno seria, che non prevede troppe responsabilità, dando per scontato che la fortuna sia sempre dalla loro parte. Insomma, pensare che basterà arrivare a Parigi per potersi sentire bene significa cercare un’alternativa veloce e scevra di responsabilità, e il sollievo effettivamente è effimero — perché una volta arrivati a Parigi, eventualmente, i problemi incomberanno e lo faranno con più importanza che a casa dove le cose, volendolo, possono essere riparate fin da subito senza dover necessariamente mostrare il passaporto.

I personaggi di Revolutionary Road non si conoscono realmente, per questo April propone la fuga, ovvero un cambiamento rivoluzionario che mette i bambini in una situazione di disagio e il matrimonio a rischio. Tuttavia Frank non è da meno, dato che non fa altro che screditare il suo lavoro e i vicini di casa, che ai suoi occhi sono sempre più lontani e fasulli. I due Wheeler cercano una libertà che, nel luogo in cui vivono, sembra impossibile perché contrastata da forze sociali e abitudini radicate, ma fondamentalmente non riescono a ottenerla perché figli delle convenzioni, delle tradizioni e del culto del denaro da cui non si staccano perché loro non vogliono farlo. Non ne hanno le forze. Tutti i personaggi, in realtà, sembrano essere come i Wheeler: illusi, insipidi, inetti, inabili a seguire il buono e il giusto e soprattutto incapaci di rimanere uniti per il bene della famiglia o, più generalmente, per aiutare e consolare gli amici e i vicini ogni volta che sono afflitti da problemi e timori. Nell’universo di Yates sembra quasi che per i personaggi essere imperfetti sia una vergogna pesante e inaccettabile. Decisamente.

Il dilemma, però, è: cambiare o subire? E qual è l’opzione più facile? Alla fine è solo questione di sapere cos’è più semplice, più veloce, meno difficile, meno complicato. Le coscienze addormentate di April e Frank sono il nucleo della storia: senza di esse, non esisterebbe alcun Revolutionary Road. E al di là di tutto quello che non ho detto, perché parlare intelligentemente e minuziosamente di un libro tanto importante per me è impossibile, rimane che la vita dei Wheeler, di April in particolare, consiste nel non fare la cosa più giusta, più evidente e più adeguata, per cercare una soluzione più drastica, più teatrale, capace di dare sollievo immediatamente ma che purtroppo e inevitabilmente lascia molti interrogativi, forse troppi, e che alla fine porta a un vicolo cieco.

Assurdo. Assurdo e comico. Decisamente fuori luogo — sì, Revolutionary Road è anche questo. Un matrimonio impossibile, finto, nato da opportunità remote e da esigenze giovanili che ora non hanno più importanza; i figli, come argilla da modellare, obbligati a partire anche quando non lo desiderano affatto e quindi anche loro, ineluttabilmente, vittime del malessere genitoriale; e Parigi, che si staglia all’orizzonte, è una promessa in attesa ed è schifosamente lontana. È inarrivabile. È decisamente fuori luogo. Pessima idea, April.

La vita dovrebbe realmente corrispondere a quello che vogliamo? Non ha forse più importanza che quello che facciamo e diciamo corrisponda a quello che vogliamo effettivamente fare e dire? Ma forse quest’ultima rimane l’opzione più difficile, perché implica una minima conoscenza di sé, il controllo della propria volontà e il possesso di una coscienza sveglia e, soprattutto, implica la coraggiosa intenzione di dare seria importanza a quanto si fa e si dice.

Restano poche cose da dire, tipo che Richard Yates è magistrale: in questo romanzo riesce a metterci a una distanza tale che riusciamo a captare i dettagli della vita dei Wheeler e degli altri personaggi, e quindi a riconoscere gli elementi che mettono in relazione la nostra esistenza con la loro; ma al tempo stesso ci pone abbastanza lontano da poter rimanere lucidi e ricordare che quella, per fortuna, non è la nostra vita. Bisogna dire, quindi, che Richard ha sfruttato la catarsi aristotelica con acuta intelligenza.

E bisogna anche dire un po’ a tutti di leggere Revolutionary Road. Bisogna. Perché una volta finito ti senti addosso uno sguardo, che è quello di Yates, che ti esamina attentamente e ti sta addosso, come a volerti ricordare che tu non devi fare come i Wheeler ma devi stare attento, devi tenere sveglia la coscienza e attiva la volontà, e soprattutto non devi scappare se vuoi cambiare, ma semplicemente devi cambiare. E devi vivere la vita come se questa avesse davvero importanza. Altrimenti quello che ti si para davanti è solo il nulla.

Vita significativa o nullità permanente? Cos’è più facile? E soprattutto cos’è meglio?

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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