/ de niro mania

«Stavo solo facendo del cinema»

Gli ultimi fuochi (The last tycoon), diretto dall’eccellente Elia Kazan e magnificamente interpretato da un Robert De Niro mingherlino, è un film che ha posto fine a tre cose: alla vita di Francis Scott Fitzgerald, all’immagine del protagonista Monroe Stahr e all’attività del regista, Elia Kazan. The last tycoon è, infatti, l’ultimo romanzo – incompiuto – di Fitzgerald e l’ultima pellicola diretta da Kazan.

Quando penso a Gli ultimi fuochi, si forma nella mia testa un’immagine colorata e profumata dell’America degli anni ’30, precisamente di una Hollywood di plastica, artificiosa. La musica jazz dilaga nei locali più chic mentre il ruggito delle automobili d’epoca lucide e bombate si fa largo tra le strade californiane. Sullo sfondo Monroe Stahr (Robert De Niro) gestisce la produzione dei film, perché è lui il direttore della maggiore casa cinematografica, ma è anche un uomo solo che ha perduto la giovane e bella moglie, la stimata attrice Minna Davis. La sua casa è immensa e quieta, disturbata di tanto in tanto dal tintinnio delle stoviglie trasportate dal maggiordomo. Questa silenziosa ma devastante solitudine viene interrotta una sera quando Monroe incontra una donna, Kathleen Moore (Ingrid Boulting), che gli ricorda la defunta moglie, e fin da subito tenta un contatto che però non ha ragione di esistere. L’instabile relazione porta Monroe fuori strada, spingendolo a trascurare il lavoro, a litigare con i colleghi e facendolo sentire alienato dalla realtà.

Il triangolo che Monroe, Fitzgerald e Kazan disegnano rappresenta la fine dell’uomo, improvvisamente schiacciato da qualcosa di più imponente, ma ci dà anche modo di notare il cambiamento all’interno del cinema americano: la storia inizia con Monroe che deve prendere decisioni inerenti al montaggio di un film; Kazan, nel frattempo, ci propone una sorta di matrioska – scene di altri film all’interno del film – offrendoci così un’immagine dettagliata di quegli anni ruggenti e lucenti, del cinema americano fatto di sequenze in bianco e nero, divi impeccabili e di storie pregne di passione infernale. Gli ultimi fuochi è, allora, un epitaffio cinematografico che porta la firma di un regista perspicace, un confronto diretto, e insolito, con il mondo hollywoodiano degli anni trenta allora già tormentato dai cliché, dalle ossessioni delle star e asfissiato dai vincoli e dalle regole estetiche. E poi ecco che Kazan ci regala una sorpresa, un po’ come la pioggia durante l’arida estate: ecco che finalmente prende forma la struggente crisi esistenziale di Monroe Stahr, accresciuta dall’attrazione magnetica e letale per Kathleen. In fondo ciò che Kazan si è impegnato a fare in questo film tragicomico è stato sommare, nella sagoma minuta di Monroe, l’assurda inadeguatezza, l’amara decadenza, l’inevitabile sconfitta e l’estenuante incapacità di trattenere il tempo. Per dirla meglio: ha sintetizzato e formalizzato nel protagonista tutto ciò che la vita ha fatto di lui un uomo sfinito. E finito.

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E così il mondo della recitazione e della finzione rimane il posto migliore, dove per simulare un terremoto “si ruota la macchina da presa o si ruota una stanza”; ma il confine tra realtà e immaginazione è molto labile: la sera in cui un evento sismico scuote realmente la terra, gli studios subiscono alcuni danni e gli eventi sembrano essere in bilico tra sogno e realtà, così come è velatamente onirica e surreale l’apparizione di Kathleen nella stessa sequenza, aggrappata a una testa di cartapesta mentre tenta di uscire dagli studios in cui si è intromessa di nascosto. Gli attori sono i primi a voler rimanere sul set per rifare fino alla nausea le solite scene alla vana ricerca della perfezione, e nel finale vediamo un Monroe avvilito che non trova altro rifugio e consolazione che negli studios, ora bui e vuoti.

La scena che personalmente ho trovato molto interessante e su cui potrebbe esserci da riflettere è quella del nichelino – la scena in cui un De Niro appassionato e unico racconta a dei colleghi che una donna entra in una stanza, si sfila i guanti neri, apre la borsetta e rovescia il contenuto sul tavolo: ci sono due monete d’argento, un nichelino e una scatola di fiammiferi. Rimette le monete nella borsetta, prende i guanti e li getta nella stufa; nella scatola c’è un solo fiammifero e mentre sta per accenderlo suona il telefono. La donna alza la cornetta, ascolta e dice “non ho mai avuto un paio di guanti neri in vita mia”, riattacca e torna alla stufa. E poi cosa succede? chiedono a Monroe. «Non lo so», De Niro alza le spalle compiaciuto e riprende a parlare, «stavo solo facendo del cinema.» E gli domandano di nuovo: a cosa serve il nichelino? Per andare al cinema. Il nichelino in fondo non serve a nulla, se non al cinema. Ma il cinema è un mondo nel quale anche una monetina di scarso valore può destare l’attenzione di chi guarda e può acquisire importanza. Come a dire che è proprio il cinema a poterci insegnare a osservare la realtà in modo alternativo.

Monroe fa di tutto per conservare l’incanto del cinema, quello stesso cinema che sta per subire un cambiamento e che lui è disposto a difendere; il suo sguardo è costantemente rivolto al passato, alla moglie defunta – emblema di quell’epoca che sta per tramontare – al punto che non appena incontra una donna che gliela ricorda tenta di avvicinarla a sé, di tenerla stretta… ma non ci riesce. Il passato è andato, il tempo non si può fermare e Kathleen ormai non è più raggiungibile.

La nostalgia mescolata a quella singolare urgenza di rivivere il passato, però, muore nel momento stesso in cui Kathleen sparisce senza lasciare tracce dietro di sé. Così, da quel preciso momento ha inizio la decadenza interiore di Monroe, che non ha più potere perché vittima di una paralisi cronica.

De Niro rivolge un ultimo sguardo alla cinepresa maneggiata da Kazan e le sue parole finali sono pronunciate in tono rassegnato. Il tempo ticchetta, Monroe abbassa lo sguardo, vede il proprio passato, percepisce sua moglie e immagina un primo piano di Kathleen, che prima lo fissa poi sposta lo sguardo su un altro uomo; gli occhi languidi di lei accostati alle sussurrate parole di lui sono un indimenticabile pugno allo stomaco:

Non voglio rinunciare a te.

Monroe poi viene inghiottito dal buio di quel mondo di finzione. Si perde in quella dimensione dove, a volte, è davvero impossibile distinguere il sogno dalla realtà, e Monroe ha ragione: non sempre si può opporre resistenza all’incanto, o meglio, alle sirene del cinema. A volte ci si deve solo abbandonare al buio pesto di un film che sta per cominciare, o che è appena finito.

Sara

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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