Apologia del sacco a pelo

americana nov 12, 2019

I vagabondi del Dharma non è un libro per chi ama la montagna, o il vagabondaggio, o semplicemente gli Stati Uniti e la letteratura americana. Questo libro è per chi più che altro ha voglia di ascoltare i deliri e le considerazioni metafisiche di uno scrittore in procinto di essere conquistato e vinto definitivamente dall’alcol e che, in bilico tra il delirio e l’estasi tipici di chi la vita la sviscera, si perde in astrazioni animate dalla paura di morire senza vivere, e che si spinge verso la cultura zen, il buddhismo, con un amore frenetico da far invidia quasi a chiunque. Pertanto, suggerirei di leggere questo libro soltanto a chi già ha avuto modo di conoscere Jack Kerouac, magari dopo aver letto Sulla strada e Big Sur, a chi rimane sempre affascinato, stregato, incuriosito dalla vita di questo pazzo d’un beatnik. Credo che I vagabondi sia più che altro un libro-regalo, il retaggio di uno scrittore a cui hanno accesso i prediletti, cioè quei lettori che non solo capiscono Kerouac, ma lo sentono dentro. Un’eredità per pochi.

Ciò che mi ha colpito de I vagabondi è sicuramente il linguaggio nuovo, talvolta criptico, ma per lo più ansioso e febbrile, che Jack sfodera fin dalle prime pagine. Un linguaggio che però non è solo fatto di parola, ma anche di gesti, immagini, e soprattutto di silenzio. Il silenzio delle montagne, delle altezze da capogiro, delle stazioni dei treni vuote, delle serate terminate al mattino – tutti sbronzi e addormentati. Il silenzio della pace di chi esce dal mondo in cui tutti restiamo – prima in piedi e poi riversi, per lavorare e fare la necessaria vita-convenzionale – per poi tuffarsi in un altro: nel mondo della meditazione, dell’atarassia, del pensiero selvaggio e libero, del bene che è sempre illuminato dalla luce calda del sole.

Ho letto questo libro in un periodo piuttosto favorevole in cui ero alla ricerca di risposte che, in un certo senso, Jack ha saputo offrirmi. Si è come avvicinato e mi ha cinto le gelide spalle con una coperta pesante e soffice, e in un linguaggio non comune ha saputo esprimere ciò che io, fino a quel momento, delineavo con i soliti colori finendo per confondermi spesso. Mi sono ritrovata a essere Jack, ad assomigliargli, perché in fondo siamo tutti uguali quando ci denudiamo e priviamo dei mille orpelli che, insensatamente, indossiamo ogni giorno. Spiriti affini – non siamo niente di più che quello che realmente siamo ma che quotidianamente ci dimentichiamo di essere. Non c’è niente in questa realtà, escluso ciò che la nostra mente riesce a immaginare, e dunque anche il male si può debellare perché non è assolutamente niente, e in ogni caso si sa che il bene vince; perché ogni cosa è attratta dal bene. Queste sono solo alcune delle cose che m’ha detto Jack, e francamente non so quanto siano filosoficamente corrette – ma chi se ne frega.

Chi se ne frega principalmente perché Jack Kerouac è il mio scrittore preferito in assoluto, ne I vagabondi è anche molto di più: è la belva che s’è fatta superiore tornando alle origini della vita, nella natura incontaminata e dura; la stessa belva che rinuncia ai sensi e alla caducità degli eventi per svettare contro il cielo, oltre le cime che baciano le nuvole, cariche dei sogni profondi sognati dalla gente attanagliata dall’urgenza di essere. Me lo immaginerò per sempre così, Jack: sotto le fronde di un albero, a bearsi del nulla, della semplicità della vita, chiuso come un bozzolo dentro al suo sacco a pelo, per poi essere pronto finalmente a librarsi nel cielo, oltre la distesa di campi ondeggianti e profumati, e a puntare verso l’orizzonte senza mai stancarsi. È esattamente questo ciò che io intendo per apogeo della rivoluzione spirituale, in cui alla fine accade l’apoteosi, la glorificazione, la celebrazione finale dello spirito di tutti coloro che si sono interrogati e annullati nella geometria universale del tutto.

Grazie, Jack. Sebbene sia sempre molto impegnativo starti dietro, la tua scrittura e il tuo essere sono un dono.  

Sara Marzi

I'm a busy pale kiddo roaming out there in the world.