Ogni tanto capita di incontrare libri sottili, esili, dei quali non diresti mai che potrebbero toccarti l'animo così intensamente da creare un solco, lasciare un segno. Eppure ci sono, si nascondono dentro di te, stazionano da qualche parte nella tua mente e ci rimangono per lungo tempo o addirittura per sempre.

Quando penso a questi libri inevitabilmente mi vengono in mente Walden di Thoreau, Delitto e castigo di Dostoevskij e Il dottor Zivago di Pasternak, e da qualche settimana anche Giobbe, romanzo di un uomo semplice di Joseph Roth, il libro a cui dedico questo piccolo scritto.

Il romanzo in questione mi è piaciuto non solo per la trama, ma anche per la bellissima prosa poetica, colorata e musicale, per il linguaggio forbito, elegante e massimamente evocativo. Ogni pagina, infatti, offre una bellezza inconfondibile, luminosa e suggestiva, arricchita di tanto in tanto dal confluire di elementi ironici coerenti con la trama.

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Giobbe è infatti un racconto ironico ma anche molto disperato, è la storia di un uomo, Mendel Singer, un ebreo che vive nella Russia zarista dei primi decenni del secolo scorso, una persona estremamente devota e per questo anche molto timorata; un uomo che insegna la Torah ai bambini del luogo per sfamare la sua famiglia, oberata dall'arrivo di un figlio, il quarto, che è epilettico. Ma Giobbe non vuole sembrare un semplice romanzo famigliare giacché è chiaro che, più specificamente, ambisce a essere un racconto moralistico di disperazione e di perdita della fede – finisce tuttavia per diventare qualcosa di più esteso, ovvero la perfetta rappresentazione della condizione umana, che è assurda e ironica: noi tutti siamo Mendel Singer – ingrati e in qualche misura anche timorati (chi di Dio, chi del tempo) – e come lui non sempre sappiamo godere delle piccole cose che ci vengono offerte, e cominciamo ad apprezzarle soltanto nel momento in cui ci vengono tolte.

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Indubbiamente Giobbe, come suggerisce sia il titolo che il contenuto, è una moderna rivisitazione dell'omonimo racconto biblico, e difatti l'elemento principale che compone la trama è la figura dell'ebreo devoto e benedetto che viene messo a dura prova dalle disgrazie, che somigliano a delle sfide. Così Mendel, proprio come Giobbe, maledice Dio e, come Giobbe, è convinto che nessun miracolo può capitare a chi è perennemente inseguito dalla cattiva sorte. Una trama semplice, in definitiva, ma che ha in sé come una forza magnetica che trascina il lettore in un vortice di sofferenza incontrastabile.

Una densità di contenuti abbellita da uno stile ricercato: Giobbe, dalla prima all'ultima riga, è infatti una poesia in prosa che, a causa della sua forma immaginifica, riesce a entrare nello sguardo fantasioso del lettore e da lì giunge al suo cuore, dove vi rimane qualche giorno a infondere un senso di grazia. Poi la poesia viene scissa dal tempo nei suoi elementi più semplici, entra in circolo e arriva al cervello, qui viene ingabbiata in uno di quei cassetti che il lettore rovista di tanto in tanto alla ricerca di qualcosa di confortante e autenticamente piacevole.

Naturalmente sto enfatizzando, ma direi che è necessario. Voglio dire che Joseph Roth non solo ha fatto uso di un linguaggio allegorico e al tempo stesso immediato, come quello biblico, che rende il racconto ancora più memorabile e coinvolgente, ma ci ha anche proposto una storia dagli elementi e dai sentimenti universali e quindi condivisibili. Pertanto il fulcro dell'intera narrazione dev'essere ricercato nella disperazione travolgente provata da Mendel di fronte alle disgrazie e in quelle pagine struggenti in cui maledice con fermezza Dio, lo minaccia, in cui si ribella a quella struttura metafisica di leggi morali che non possiamo cambiare in alcun modo ma che siamo liberi di rifiutare. Durante la lettura di questo racconto, infatti, notiamo chiaramente il cambiamento radicale che subisce Mendel: se nella prima parte del romanzo accettava tutto quanto gli accadeva, perché sentiva di meritarlo e sapeva che se Dio gli aveva fatto tutti quei torti doveva esserci un motivo, nella seconda parte Mendel inarca la schiena, si volta e guarda in faccia Dio. Il coraggio con cui Roth ha scritto le pagine pregne di disperazione e rabbia che ritroviamo in questo libro è semplicemente commovente, e questo dovrebbe bastare a indurvi a leggere questa storia.

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Trapela così l'immagine di un autore scettico, afflitto dai dubbi: Roth, tra le varie cose, sembra chiedere se esiste un mondo sovrasensibile, se le cose sono pianificate da un Dio onnipotente e se nei fatti questo Dio può essere il motivo per cui non perdere la speranza anche nei momenti più difficili. A me, molto banalmente, è sorta una domanda che più volte nella vita mi sono posta: perché sono le persone rette a essere raramente ricompensate con salute, fortuna e ricchezze? E soprattutto, qual è il modo più giusto per affrontare certe disgrazie, certe sventure, quando non si ha alcuna certezza a cui aggrapparsi?

Forse la disperazione, per sua natura, è destinata a morire – un giorno – nel miracolo. E forse, alla fine della solfa, può rivelarsi edificante.