Il nulla di Maria Wyeth

Il nulla di Maria Wyeth

Il mio primo libro di Joan Didion è stato Play it as it lays, preso in biblioteca qualche settimana fa. Mi sono decisa di leggerlo dopo aver considerato più o meno attentamente gli altri titoli inclusi in questa raccolta, e per qualche strana ragione ho deciso di cominciare da quel libro. Caratterizzato da capitoli concisi e brevi, la vita di Maria Wyeth (la protagonista) si dispiega con la stessa rapidità con cui i paragrafi appaiono pagina dopo pagina.

Play it as it lays, in italiano tradotto come “Prendila così”, è la corsa in discesa verso la follia di Maria, attrice e modella nata nelle terre di nessuno, ovvero nel Nevada, a Silver Wells, dove il padre cerca di arricchirsi. Poi, però, succede che costruiscono l’autostrada lontano Silver Wells e, da quel momento, insieme a Silver Wells cessa di esistere ogni speranza della famiglia Wyeth.

La follia di Maria prende forma mentre si trova a New York a cercare fortuna come attrice, quando gli arriva la notizia che la madre ha perso la vita in un incidente – probabilmente un atto suicida. Da quel momento la vita di Maria diventa un susseguirsi di eventi catastrofici, alla scomparsa della madre segue la morte improvvisa del padre, il matrimonio e il divorzio con Ivan Costello, la carriera in picchiata verso il fallimento, e la figlia Kate avuta da un altro uomo, Carter, confinata in una clinica privata a causa di una malattia.

L’attività preferita di Maria è guidare a caso per le lunghe strade di Los Angeles, e questo ricorda un po’ il libro di Bret Easton Ellis, “Meno di zero”, che come Play it as it lays indugia su temi come alienazione e disconnessione dalla realtà, vuoto interiore ed eccessi (alcol, sesso e droghe), oltre che una totale assenza di senso nel mondo circostante. Questa attività, questo vagare nevrotico per la città, riflette perfettamente il senso di disorientamento e di indifferenza della protagonista, palpabile in paragrafi come questo:

Cominciava a desiderare ardentemente la sensazione fisica che le procuravano l’entrare e l’uscire dai locali, lo shock della differenza di temperatura, il vento caldo che soffiava fuori, la pesante aria gelida che c’era dentro. Non pensava a nulla. La sua mente era un nastro vuoto, che registrava quotidianamente brandelli di cose colte al volo, frammenti di gergo dei croupiers, le battute iniziali di una barzelletta e i versi strampalati delle canzonette.

Da qualche tempo ho intuito di essere una lettrice emotiva, e con questo intendo dire che per godere appieno di una storia ho bisogno di affezionarmi ai personaggi e di adattarmi all’ambientazione – questo capita più facilmente nei romanzi lunghi. Come ho detto più sopra, Play it as it lays è un romanzo breve, conciso, schietto, rapido come il respiro affannoso di una vita che scivola in un vortice di dispiaceri; dunque, la struttura stessa della storia non mi ha permesso di empatizzare al cento per cento con Maria, e ovviamente neanche con gli altri personaggi le cui voci si alternano spesso a quella della protagonista. Questa lettura non l’ho trovata edificante come altre, ma la Didion è riuscita comunque a mettere in luce un’esistenza a cui sono lontana, e le sue parole forti e nette mi hanno veicolata in un mondo cupo e misero nonostante il lusso e le “luci della ribalta” di Hollywood. Questa rimane un’esperienza di lettura considerevole, che mi ha permesso di riflettere su temi che normalmente, nella mia vita, non emergono. Ho deciso di acquistare un altro libro della stessa scrittrice, ovvero “L’anno del pensiero magico”, sicura di trovarci una Didion più appassionante, capace di instillare in me sentimenti profondi. We shall see!

21 ottobre, 2021.