Qualche anno fa ho affrontato La morte di Ivan Il’ič, dello straordinario romanziere russo, Lev Tolstoj, e ricordo con una fitta lancinante all’esofago le sensazioni che ho provato nel leggerlo: era una notte estiva profonda e surreale, dopo numerosi e vani tentativi continuavo a non prendere sonno, così mi sono messa a leggere quel libricino che da diverso tempo avevo intenzione di sbucciare; le pagine dettate da Tolstoj sfrigolavano con un gesto automatico, inconscio – ero avida di parole, verbi, aggettivi. Dovevo lasciar scorrere la musica che l’inchiostro stampato produceva nella mia mente sedotta, «altrimenti», mi son detta, «non esco contenta da questa notte». Ivan Il’ič, per diversi giorni, sperimenta la morte, pondera sull’imminente incontro finale, l’epilogo universale che fino all’ultimo non fa mostra di sé. Quella stessa notte in cui ho iniziato e terminato La morte di Ivan Il’ič, ho versato numerose lacrime di fronte all’idea disumana, inconcepibile, ineffabile della morte. Ivan Il’ič, per la prima volta, mi aveva messo nella condizione grama di chi, in questo triste mondo, cerca con costanza risposta ai vari quesiti criptati. Quella notte ero un corpo umano, femminile, adolescente, che con un immenso senso di inquietudine cercava di aprire porte chiuse, nel vano tentativo di trovare conforto sotto un arco e un segmento tracciato da quel ghigno ostile – che è la vita.

Qualche tempo fa, invece, ho trovato una poesia barra preghiera di un teologo inglese, Henry Scott Holland, che recita che «la morte non è niente. Sono solo passato dall’altra parte». E di nuovo ho calato me stessa in quel turbine sconfinato di pulsioni e istinti indecifrabili. Che cos’è la morte?, mi chiedevo con frequenza e con frequenza me la prendevo con le circostanze, perché non esiste risposta a un quesito tanto criptico quanto titanico come questo. La morte è non-essere, è una totale e insofferente assenza di ogni pulsazione e movimento. È un lungo sonno, dice Socrate. Non è niente, dice Epicuro, e quindi non c’è da averne timore perché quando ci siamo noi non c’è lei. È la liberazione di ogni male, direbbe un moribondo. Ma io, io che sono sana, che non ho neanche un quarto di secolo di vita, che cosa posso pensare della morte?

Qualche ora fa ho finito di leggere Rumore bianco di Don DeLillo insieme ai ragazzi del mio gruppo di lettura. Se volevo tracciare una tappa successiva al mio viaggio verso la scoperta di risposte ad alcune domande, ci sono riuscita. E se prima avevo accantonato ogni altra possibile digressione sulla morte, ora è tornata la necessità di aprire quel discorso tanto esistenziale quanto adolescenziale. Rumore bianco dà l’impressione di essere un romanzo che parli di tutto meno che di morte. E invece non fa che parlare di questo. Anzitutto della necessità di morire prima del proprio partner, per evitare di dover duellare contro l’insostenibile sofferenza del lutto, accompagnata poi da quel senso di superficialità con cui, spesse volte nella vita, trattiamo la certezza della morte. L’idea di base è che dobbiamo morire, quindi perché soffermarsi su questo argomento quando il mondo sfavilla, è pieno zeppo di cose con cui distrarsi? È vero, non avrebbe senso porsi un problema a riguardo. Insomma è certo che moriremo, che tra non si sa quanto anche io smetterò di respirare così come qualsiasi altro essere vivente su questa terra. Ma il dilemma esistenziale si pone quando morendo si ha degli svantaggi, si perde qualcosa. La famiglia, l’amore della propria vita, il mestiere che tanto si ama. Ogni sforzo dunque diventa vano, i sacrifici non sono più fotografie da mostrare ma un’eco, un ronzio, un suono vacuo, apparentemente silenzioso. La morte è questo, è rumore bianco. Dicevo, il problema che si pone è questo: che cosa c’è dopo la morte? È lo stesso dilemma che dilania Jack, il protagonista del romanzo. Che cosa cazzo c’è dopo la vita terrena? Ci reincarniamo? Torniamo sulla terra? O veniamo sparati su, nel cielo, nelle profondità cosmiche, dove un Uomo alto, con la barba lunga, lo sguardo troppo grave da sopportare, ci giudica e ci spedisce, se tutto va bene, nel suo Regno? O forse, come diceva Socrate, la morte è semplicemente un lungo sonno?

Sul punto di morte si diventa egoisti, o perlomeno questo è il messaggio che lascia trapelare Murray, amico fidato di Jack. Nel giorno in cui moriamo, ci siamo solo noi, il nostro io che lentamente si scolla dal nostro corpo madido di sudore, pallido come il muro, sempre meno umano e sempre più materiale. Jack ha bisogno di sapere che cosa c’è dopo la morte, ne ha proprio la necessità, così come la ho io e probabilmente anche te che leggi me. Murray gli raccomanda di credere in qualcosa, di avere fede perché soltanto in quel modo è possibile avere pseudorisposte; la scienza, sembra dirgli, non serve a nulla in questo campo, qui deve intervenire qualcos’altro, una struttura di conoscenze che non può avere a che fare con la sola ragione, ma deve mescolare più elementi della vita umana. Ci vuole coraggio, però, ci vuole un immenso coraggio per credere e questo non lo dice esplicitamente Jack, nemmeno Murray, bensì io che mentre leggevo Rumore bianco davo segni di essere tutto fuorché presente nella vita reale. Perché non si può morire più avanti, si chiede Jack e non si capisce se è una domanda o un’esclamazione. La linea di separazione tra razionalità e disperazione è minuta, a tratti invisibile, e in questi casi, quando si muove una contestazione a Dio, a colui che è, a quel cielo potente che incute timore, diventa difficile rimanere sobri, coltivare un pensiero lineare, avere fede. L’io si deforma, viene stanato dalla prigione toracica, perisce in questa terra che, di punto in bianco, non è più Madre Terra ma una mera sfera nemica. E l’ossigeno è un burlone, si toglie di torno per privare al cuore, il bottone pulsante del corpo, di battere ancora una volta. Per fortuna, però, in un punto drastico del romanzo interviene Murray che sembra rincuorare più me che Jack, dicendo che:

La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, un senso di chiarezza?

È vero, hai ragione Murray, ma perché allora abbiamo paura se la morte è la cosa più naturale della vita? Tocca tutti indistintamente, rapisce ogni essere vivente, non opera discriminazioni razziali. È imparziale, diretta e franca. Ebbene, se è così (in)giusta, perché dovremmo averne paura? Non lo so, dice Murray. Non lo so, dice Don DeLillo. Non lo so, direbbe qualsiasi pensatore razionale. Nemmeno io lo so.

Forse, quando moriremo, la prima cosa che diremo sarà: “questa sensazione la conosco. Qui ci sono già stato”

Qui ci sono già stato. È un posto che conosco, questo: questa sabbia queste pietre questa luce questo cielo questa profondità - sì, ci sono già stato. Sono dunque tornato all’origine, al punto iniziale dei tempi dove è assente ogni limite, ogni falsità, dove tutto è lineare, chiaro, distinto, profondo, e dove l’eternità cava di torno ogni mezza misura. Allora è proprio vero che credere, avere fede, appoggiarsi a un’ancora che esiste, anche se solo nella propria mente, è l’alternativa migliore al delirio ante mortem. Ma come credere? Come è possibile camminare a occhi chiusi in una stanza senza avere la certezza di non appoggiare poi i piedi su un pavimento di chiodi? Con quale audacia ci si convince dell’esistenza di un sommo Bene, di un Uomo onnipotente, di un Padre benevolo suddiviso in tre persone che, però, sono contemporaneamente una sola? Jack si domanda tutto questo e io, io che lo ascolto con un senso di smarrimento pressoché totale e irrecuperabile, sento di avere una possibile risposta, che finora non ho mai avuto voglia di raccontare a nessuno, nemmeno a me stessa, e che condivido con Murray:

Pensa alla grande poesia, alla musica, alla danza, ai rituali che vengono prodotti dalla nostra aspirazione a una vita oltre la morte. Forse sono cose che bastano da sole a giustificare le nostre speranze e i nostri sogni

È così. Come puoi di fronte all’umano, quello vero, mosso da passioni, virtù, bontà, genio, ammettere la non esistenza di qualcosa di più grande di tutto quello che vediamo? Come puoi di fronte gli occhi celesti dell’amore antropoformizzato, bandire la non-esistenza dell’anima umana? Come puoi credere che tutto quanto è un meccanismo, che ogni cosa è fine a se stessa, che ogni corpo è un motore e i sentimenti che noi quotidianamente proviamo sono solo flussi chimici che avvengono nel nostro cervello? Non puoi.

Dopo tutte le cose di cui finora ho scritto non senti un leggero brulichio nell’anima? Non ti sembra di essere appena più in alto del solito? E non lo senti, non lo senti anche tu questo ronzio leggero, questo soffio rumoroso ch’è la vita e assomiglia così tanto alla morte?