Democrazia critica

Democrazia critica

Democrazia è una parola che oggi viene applicata un po’ ovunque, al punto che talvolta rischia di risultare fuorviante rispetto all’argomento preso in analisi, e il significato ultimo, quello politico e sociale, si lascia annacquare dall’uso spregiudicato che se ne fa. Se infatti poniamo la lente di ingrandimento sulla parola «democrazia» rileviamo che essa deriva dal greco antico démos – il cui significato è «popolo» – e krátos – che invece significa «governo». Ottenuto ciò, viene spontaneo unire i due concetti, le due immagini, e trarre una conclusione piuttosto approssimativa che sfocia nel classico titolo «governo del popolo». Siamo realmente sicuri, però, che democrazia indichi soltanto questo? Non c’è dell’altro dietro alla bellissima, seppur enigmatica, effige che ne hanno fatto gli studiosi e i politologi nel corso dei secoli? La democrazia, infatti, ci è stata presentata da sempre come l’unica soluzione possibile a quella che è la questione della governabilità. Pensiamo alla rivoluzione americana, a quella francese ma anche a quella inglese del ‘600, quando i cittadini oberati dal potere perverso e concentrato nelle mani di una sola persona hanno deciso di passare a forme di governo alternative, rivoluzionarie per l’epoca. Non che dopo Giacomo II sul trono inglese non salì più alcun monarca dissoluto, o che dopo la Gloriosa rivoluzione ogni questione venne risolta sistematicamente, o che, più in generale, non vi fu più alcun episodio di eccesso di potere. La verità è che le cose umane sono talmente complesse – pensiamo soltanto alle relazioni interpersonali, apparentemente semplici ma, in realtà, estremamente complesse e delicate – che sembra impossibile immaginare un mondo senza ostacoli, e quindi lontano da corruzione, inganni e abusi. Tuttavia in Inghilterra, così come in America e in Francia, ma ora che ci penso anche in Olanda – nel ‘500 –, e naturalmente in tanti altri Stati che ora non starò a elencare, bisogna rilevare che è successo qualcosa di significativo: è stata lacerata e lentamente si è dissipata la torbida nebbia che rendeva impraticabile il cammino verso il bene – quello collettivo, si intende. Una volta che si sono create le masse, e man mano che queste si sono sganciate dal torpore in cui si trovavano imprigionate, si è fatto largo anche un pensiero di vita dalle sfumature politiche e che assomiglia a qualcosa del tipo: «diamoci delle regole per vivere insieme, tutti in orizzontale»; una filosofia del diritto, per così dire, che si è diffusa con i suoi tempi a macchia d’olio; un pensiero che è sì politico ma altresì sociale ed economico. Va rilevato dunque che la parola democrazia abbraccia diversi aspetti della vita umana e tuttavia rispetta limiti ben precisi, che non sono soltanto etimologici. Se infatti tale termine non presentasse alcun confine, se cioè non si attenesse a determinate condizioni, non potrebbe aspirare ad alcuna specificazione, e noi non potremmo neanche porci la fantomatica domanda: «che cos’è la democrazia?».

1. Un  primo tentativo di definizione

1.1 Viviamo in Paese democratico?

Viviamo o no in un regime democratico? È una domanda ostica, spinosa, la cui risposta difficilmente può essere obiettiva e oggettiva, di certo non può essere scientifica. Come ho detto nell’introduzione vi sono tematiche, perlopiù di materia antropologica, che non possono essere chiarite da spiegazioni severamente certe, univoche; in esse infatti vi è qualcosa che rimane irrisolto. La democrazia stessa, che teoricamente non potrebbe autorizzare deliberazioni ineccepibili, implica una componente di difficile definizione che sfugge all’occhio di chi è alla ricerca di definizioni uniche e sicure.

Ma oltre a domandarci se viviamo in un paese democratico, dovremmo chiederci se l’epoca di cui siamo protagonisti è democratica; se lo spirito collettivo è democratico; se i principi ispiratori delle società e delle politiche che hanno aderito alla democrazia sono effettivamente democratici. Di fatto, per poter parlare delle realtà individuali nell’epoca della globalizzazione è necessario avere un occhio anche sul resto del mondo. In questa sede, però, non è possibile ampliare così tanto il discorso.

Tornando alla questione originaria, l’Italia è innegabilmente un paese democratico. Lo si evince dalla Costituzione, dai provvedimenti legislativi, dalla televisione, dai giornali, dai manuali di storia, economia e sociologia, e così via. Quasi ogni cosa in Italia – sottolineo quasi, dacché vi sono delle eccezioni che purtroppo esulano dal territorio democratico e liberale – suggerisce la presenza dello spirito della democrazia. Che tipo di democrazia, però? Attiva e stimolata o passiva e sobillata di tanto in tanto da atti vessatori venati di autoritarismo e da esclamazioni tracotanti e demagogiche? Sarebbe doveroso esporre ora cosa si intende per democrazia attiva e democrazia passiva. Vorrei partire da quest’ultima per arrivare con rigore psuedo-filosofico alla prima.

1.2 Democrazia passiva: una condizione attuale o un problema primordiale?

La presenza della democrazia passiva sembra confermata dalla noia della classe dirigente, che è anche causa diretta del vuoto politico in cui si ritrova oggi il nostro Paese, e dalla sfiducia totale e altrettanto deleteria degli elettori. La noia politica menzionata poc’anzi è da intendere come la mancanza di contenuti solidi, l’assenza di un programma politico studiato e mirante al benessere collettivo. Indubbiamente questo fenomeno, la «noia», è sintomatico, così come lo sono la sfiducia allarmante e il disorientamento allucinante di chi è chiamato al voto. In altre parole, tutto ciò inneggia a quella che penso essere una democrazia passiva, appassita, precaria, che non mira a difendere la cosa pubblica ed è priva di supporto e credibilità. La democrazia, però, originariamente è nata sotto sembianze del tutto differenti, quindi lo stato di passività politica in cui ci troviamo invischiati non è né primordiale né irrisolvibile, ma piuttosto sembra essere una condizione circoscritta e attuale, che ha origini sociali che scavano in profondità e motivi politici che necessitano di un’attenzione immediata e seria.

1.3 La democrazia non è un idolo ma un ideale.

Gustavo Zagrebelsky ci parla della democrazia non come di un idolo, “ma un ideale corrispondente a un’idea di dignità umana”[1]. A conti fatti, la democrazia cos’è se non la somma di principi e idee a cui aspiriamo e mettiamo in pratica? La democrazia, sembra dire Zagrebelsky, non è da divinizzare proprio come facciamo con un idolo, una statua marmorea e bellissima ma comunque silenziosa e paralizzata nel tempo.

La parola idolo deriva dal greco éidõlon che significa «figura», «fantasma», «simulacro»; come è facile, ora, notare la distanza incolmabile tra i termini «idolo» e «ideale», l’uno cristallizzato in canoni ben precisi, l’altro vivo in quanto valore e principio etico da perseguire. Gli ideali sono dunque obiettivi che condizionano il nostro agire: in questo la democrazia non è affatto diversa da noi, naturalmente. Ma quali sono gli ideali o principi democratici che caratterizzano la democrazia, oltre alla dignità umana già appuntata da Zagrebelsky?

2. Principi e obiettivi democratici

2.1 L’uguaglianza

Robert A. Dahl nel suo testo Sulla democrazia ha svelato qualcosa di strepitoso che possiamo verificare noi stessi. In che modo? Semplicemente interrogandoci. Dahl ha sostenuto che “la disuguaglianza, e non l’uguaglianza, sembra essere la condizione naturale del genere umano”[2]. Fare questa affermazione implica anche il riconoscimento imparziale di che cos’è realmente l’uomo: un animale pensante e parlante, sì, ma anche irrazionale, in cui quindi sono concentrati impulsi, istinti e sentimenti. Che ci piaccia o no, la disuguaglianza fa parte della natura umana; non a caso la lotta alla sopravvivenza è un tentativo che compiamo istintivamente per non rimanere ultimi, per non finire alla base della catena alimentare. In noi padroneggiano così l’ansia di non riuscire a procacciare quanto possibile e il desiderio intemperante di domare e dominare la natura. In altre parole, la disuguaglianza si impone clamorosamente non appena l’uomo, pronto a seguire il suo istinto e i suoi bisogni, è sganciato da ogni regola civile. Sicché il sistema democratico si realizza quando lo spirito proprio della democrazia si oggettiva in un governo aperto a tutti e fondato su un dialogo paritario, su una distribuzione equa di diritti, doveri e beni – obiettivo infinitamente lontano da ciò che stabilisce lo stato di natura.

Quindi la democrazia, con il suo spirito di uguaglianza, si oppone alla natura umana? In un certo senso, sì. Nello stato di natura l’uomo tende a essere bieco, egoista, prepotente e in assenza di una morale salda, condivisa da lui e dagli altri suoi simili, il rischio che si corre è quello di conservare un mondo improbo che non conosce periodi di pace. A questo punto viene naturale domandarsi se il tentativo di realizzare lo spirito di uguaglianza politica – e sociale – è fittizio e inverosimile. La risposta che voglio dare è positiva ma non per questo ipocrita e utopica: l’uguaglianza è un principio possibile, un ideale attuabile, che naturalmente non si realizza da sé ma ha bisogno di essere alimentato e praticato, a cui pertanto bisogna guardare con entusiasmo e fiducia. O almeno, questo è l’obiettivo che le società democratiche si dovrebbero dare ogni giorno.  

2.2 Prudenza e mitezza.

Aristotele ne L’etica nicomachea intende la saggezza come prudenza, la quale precisamente è la virtù più importante per il politico dal momento che è la capacità di vedere cos’è buono per sé e per gli altri. L’uomo saggio, dunque, è una persona prudente, sagace, attenta, integra, a cui oltretutto non manca la mitezza, che non è da intendere come passività o imbecillità ma piuttosto come benevola umanità.

Chi dovrebbe essere il saggio qui descritto? Il governo e i cittadini, naturalmente. Una politica a cui mancano le qualità appena riportate, infatti, non può dirsi democratica né liberale, così come la società che si disinteressa della vita comunitaria e che vive in una condizione di opalescenza e ignoranza.

Un governo prudente prima di agire opera controlli adeguati, col fine di fare chiarezza sugli effetti della sua attività esecutiva, mentre i cittadini prudenti sono consapevoli e attenti a quanto accade non solo tra le mura del Parlamento ma anche fuori, a quanto loro stessi provocano nell’esperienza individuale. Per quanto concerne l’altra virtù, una politica e una società miti sanno riconoscere gli errori commessi e, soprattutto, vedono in essi un nuovo inizio per agire in modo migliore.

Le virtù democratiche essenziali, la prudenza e la mitezza, devono quindi essere reciproche. Il problema che ora si solleva, e che anche Zagrebelsky pone, è: le virtù possono essere trasmesse? In altre parole, è possibile insegnare l’adesione alla democrazia?

2.3 Educazione civica e opinione pubblica illuminata

Requisito fondamentale della democrazia, dice Dahl, è offrire una conoscenza chiara delle questioni pubbliche, e nel suo libro prosegue dicendo che “un’educazione civica non comporta solo l’istruzione scolastica, ma anche la pubblica discussione, la ricerca di un accordo, il dibattito, la controversia, la pronta disponibilità di informazioni affidabili e altre istituzioni proprie di una società libera.”[3] A conti fatti quello che è stato realizzato nel corso degli anni è più “un’apologetica e una propaganda che una pedagogia”[4], per usare le parole di Zagrebelsky. Il compito che dovremmo darci, dunque, è costruire le basi della democrazia nelle scuole, nei luoghi pubblici, aperti a tutti e volti alla diffusione della cultura e della conoscenza: sto pensando ad ambienti come le biblioteche e i teatri.

In sintesi, che cos’è fondamentale? Indubbiamente educare i giovani, fin da subito, a sostenere discorsi e ad accettare le opinioni altrui, dunque piantare nelle anime degli studenti il germe della tolleranza e dell’ascolto, insegnare loro ad avere un giudizio critico, a orientarsi nel mondo dell’informazione e, di conseguenza, a riconoscere le notizie vere e fondate da quelle false e dubbie; inoltre è altrettanto importante creare per tutti i cittadini spazi liberi in cui è possibile esprimere l’opinione propria, in cui il confronto è sostenuto e alimentato e non osteggiato e sfavorito, spazi liberi da stemmi e inni, sterilizzati da prese di posizione politiche, perché solo in questo modo, liberando cioè gli ambienti da quell’atmosfera severa e vessatoria, è possibile la libera condivisione di conoscenze e opinioni, e quindi la realizzazione della democrazia.

3. La democrazia e la questione morale

3.1 Intrinseca uguaglianza

Il principio base della democrazia è, come già è stato detto, l’uguaglianza. Cosa significa però? Cioè, cosa comporta vivere in una società che onora e realizza tale ideale? Dahl sembra dircelo in modo chiaro, quando sostiene che “la vita, la libertà e la felicità di una persona non sono intrinsecamente superiori o inferiori alla vita, alla libertà e alla felicità di qualcun altro”[5]. Dahl parla di qualcosa che somiglia a uno sforzo collettivo, che ha forte risonanza sociale e che lui nomina «principio dell’intrinseca uguaglianza», ma è anche definibile come «etica della reciprocità»; un conato che sul piano pratico consiste nel trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi stessi, e che può apparire un po’ utopico e banale, poiché venato da sfumature bibliche, ma a conti fatti sintetizza alla perfezione l’essenza della democrazia autentica: la libertà e l’uguaglianza sono fuse assieme ermeticamente e la loro separazione preclude la validità del principio. Vale a dire che non si dà alcuna libertà se è assente il rispetto per il prossimo.

3.2 I giudizi morali non sono scientifici

Socrate ha individuato nella virtù la conoscenza del bene, mentre nel vizio l’ignoranza. Dal punto di vista del filosofo greco, dunque, basta la conoscenza di ciò che è bene per essere persone virtuose e buone. Purtroppo per noi però non è così: sappiamo che coscienza non è sinonimo di conoscenza. Infatti non sempre il male viene inflitto agli altri per puro caso ma, anzi, spesso e purtroppo è voluto.

Alla natura umana, quella bieca e in cerca di soddisfazioni continue, può sfuggire il bene ed è per questo che alla guida della vita collettiva dovrebbero esserci persone rette e consapevoli: non solo in politica, chiaramente, ma anche a scuola, nelle università, sul posto di lavoro, e così via.

Vale a dire che urge da sempre la presenza di anime consapevoli ed educate al buono e quindi alle virtù fondamentali – la prudenza e la mitezza –, capaci di elaborare giudizi morali – che non sono scientifici e a priori – affinché anche gli altri, che prendono esempio da chi si erge a superiore, possano contribuire al benessere della comunità. Il bene è di difficile definizione, proprio come la democrazia, ma una certezza esiste ed è rappresentata dalla critica appena sollevata a Socrate: conoscere il bene, infatti, non è necessario e sufficiente alla sua applicazione e realizzazione finale, perché, a differenza della conoscenza logica che necessita di giudizi scientifici e quindi fondati su ciò che non può essere diversamente da come è, la democrazia, ovvero la conoscenza stessa dell’uomo e dei suoi bisogni, desideri e limiti, si fonda su altri principi, i quali, oscillando tra ragione ed emozione, sono morali.

Cosa serve dunque? È indubbio che ciò che è necessario è una certa dose di consapevolezza, autocritica e serietà; inoltre la democrazia, proprio perché animata dall’intrinseca uguaglianza, esige da parte di tutti anche qualcosa di più elevato e impegnativo, ovvero il desiderio di realizzare il bene di tutti e l’impulso a difendere la cosa pubblica.

3.3 I rischi che corre la democrazia: l’oligarchia e il populismo efferato

Alcuni sono del parere che la democrazia sia la miglior forma di governo, altri invece non sono d’accordo per una serie di motivi, tra questi la presenza di difetti e carenze funzionali che la renderebbero improponibile e contraddittoria. Sono d’accordo con quest’ultima analisi ma solo parzialmente; di fatto non si può avere dubbi sulla temibile facilità con cui la democrazia, quella instabile, dogmatica e scettica, può tramutarsi in qualcos’altro. Naturalmente la democrazia in sé non è instabile – d’altronde come potrebbe esserlo un ideale? – ma lo sono le persone che la reggono.

Chi si assume la responsabilità di guidare un paese si ritrova tra le mani un potere vasto e considerevole, che può essere applicato in modo assoluto una volta superate le varie forme di controllo, la cui efficacia talvolta è discutibile. Se da una parte abbiamo il rischio di trovare tutto il potere nelle mani di una singola persona, o di un gruppo esiguo di individui, dall’altra possiamo avere qualcosa di apparentemente diverso ma egualmente pericoloso e strettamente connesso al primo pericolo, ovvero la divinizzazione del popolo. Zagrebelsky a riguardo ha usato parole incisive: “la democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato, piuttosto che educato”[6]. Perché, però, un leader politico, come un presidente, dovrebbe adulare i suoi cittadini al punto da divinizzarli?

Il popolo, dal punto in cui lo si osserva, è un mero strumento di potere: non è un caso che il primo passo per instaurare una dittatura sia quello di conquistare, imponendosi, un consenso popolare assoluto; i cittadini, così, sono fondamentali per l’affermazione definitiva del potere tirannico. Nei regimi dittatoriali il popolo diventa una massa uniforme, inerte e monolitica, che si lascia guidare perlopiù emotivamente dal volere di un solo individuo. Tuttavia la democrazia, sebbene sia un regime che presta molta attenzione agli individui, non ricerca questo.  

«Potere al popolo» è una forma di divinizzazione dei cittadini in apparenza innocente. Quando un singolo o un gruppo di persone potenti propone di affidare un ampio potere al popolo, e non a una classe dirigente riformata, controllata ed eletta democraticamente attraverso il voto, si può sentire distintamente puzza di demagogia, e quindi di fascismo. La volontà comune che viene acclamata dai demagoghi e dai soggetti in cerca di subbuglio politico-sociale non può naturalmente essere espressa da una considerevole quantità di persone, ed è qui che interviene la democrazia, cioè è in questa impossibilità che entrano in gioco e agiscono le forze politiche: affinché lo spirito democratico si possa dire vivo, vi dev’essere una maggioranza e una minoranza che posseggono in ugual modo il diritto di esprimere le loro esigenze e i loro obiettivi.

Una volontà comune e popolare assoluta non esiste, e se la si vuole portare a esistenza deve introdursi necessariamente un leader, un duce, o un gruppo elitario, che la interpreta spacciando il potere addensato nelle sue mani per uno diluito e collettivo. Così, quando in politica mancano voci eterogenee, identificabili tradizionalmente come «destra», «sinistra» e «centro», e al loro posto vi è invece un unico grido, che è quello emesso da un leader che del popolo fa una mera finzione, si può e si deve parlare di fascismo.

Oggi, nel panorama della politica italiana sembra mancare una componente fondamentale, ovvero l’opposizione, quella solida ed equilibrata, e disgraziatamente se le cose stanno davvero così la democrazia sta correndo un rischio molto importante. Una risposta lucida alla precarietà della democrazia, quella stessa che opera in modo confuso e non si mette mai in dubbio, ci viene data da Zagrebelsky.

4. Democrazia critica

Zagrebelsky nel suo testo Imparare democraziaillustra quella che, secondo me, è la migliore democrazia possibile. Tutto ciò che ho scritto finora, tra l’altro, sembra volerla elogiare. Sto parlando di quella che l’autore ha definito «critica», in aperta opposizione alle diffuse democrazie fondate sul dogma e sulla scepsi. Ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

4.1 Una democrazia del giudizio e delle possibilità.

Dinanzi ai numerosi errori evitabili, alle illusioni che la storia ha seminato e che negli anni a seguire le varie nazioni hanno raccolto con disillusione, a tutto ciò che è immanente alle democrazie acritiche, e che nello specifico è formalmente bello e piacente ma sul piano pratico contraddittorio e sterile, Zagrebelsky sottolinea lo spirito della possibilità: “la possibilità combatte tanto il dogma quanto la realtà poiché, per essere tale e non contraddirsi, non può sfociare mai nell’accettazione passiva delle conseguenze ultime che la necessità esige.”[7]

La democrazia critica e il suo spirito di possibilità ci suggeriscono che in ogni situazione vi è qualcosa che ci sfugge ma che può essere portato alla luce. Il suo stesso superamento, o risoluzione, può comunque essere messo in discussione. Per intenderci, diversamente dall’atteggiamento critico quello dogmatico e scettico sono accomunati dallo spirito inesorabile della necessità: il dogma e il realismo, sul piano pratico, finiscono per realizzare un regime che opera in modo irrevocabile e risoluto, delineando così una democrazia sicura di sé che non ammette ripensamenti e operazioni alternative a ciò che è necessario. Vale a dire che tanto la democrazia dogmatica, fondata su valori ovviamente incontestabili, quanto quella scettica, che invece non ha radici e certezze, si arrendono alla retorica del potere e del necessario.

Zagrebelsky, invece, propone un sistema del tutto diverso, “un regime inquieto, circospetto, diffidente nei suoi stessi riguardi, sempre pronto a riconoscere i propri errori, a rimettersi in causa, a ricominciare da capo”[8]. Sebbene il mio intento non sia quello di sintetizzare ulteriormente la tesi del giurista, perché il rischio che corro è quello di banalizzare quanto detto finora, vorrei poter aggiungere che la democrazia critica assomiglia più a un pensiero pratico che a un decalogo e a una serie di dogmi cristallizzati; si tratta di una vera e propria filosofia a mio avviso possibile, il cui unico requisito fondamentale è la capacità di giudizio e lo spirito critico: entrambi permettono, a chi li adotta e interiorizza, di prendere le misure più adeguate per realizzare il bene comune.

4.2 L’etica delle possibilità.

Per la democrazia critica il popolo non può avere né ragione né torto, dal momento che «giusto» e «sbagliato» sono categorie svuotate di efficacia e senso di fronte all’etica delle possibilità.

Il pericolo a cui cittadini sono esposti in un regime scarsamente democratico, instabile, ovvero fondato sul dogma e sulla scepsi, è quello di essere adulati, di essere impinguati di illusioni e promesse irrealizzabili, mentre la democrazia critica, che appunto si radica nell’etica delle possibilità, offre un terreno differente: chi difende e mette in pratica questo tipo di democrazia di fatto sostiene che si può sempre fare di meglio, dal momento che, attraverso un’analisi rigorosa dei propri bisogni e un serio processo di autocritica, si può scorgere in ogni cosa un potenziale decisivo; e così il popolo, insieme alle sue scelte che possono e devono essere rettificate in continuazione, alle sue aspirazioni che debbono essere interrogate e alle sue spinte che è doveroso mettere in dubbio, non può mai essere condannato o, peggio ancora, adulato, ma anzi dev’essere continuamente spronato a fare di meglio. Perché il cambiamento, per la democrazia critica, è in linea generale sempre possibile.

4.3 Libertà timorosa e cauta

La libertà assoluta e trionfale, arrogante nella sua fermezza, tipica delle nazioni democratiche e paradossalmente imperialistiche, che vedono nelle conquiste definitive e irreversibili o nelle scoperte epocali un motivo per continuare ad agire e ad imporsi sugli altri, non è ovviamente quella a cui aspira la democrazia critica. La libertà che essa salvaguarda è, piuttosto, cauta e timorosa, come quella di un dilettante che si muove con prudenza in territorio sconosciuto e che, sebbene tema costantemente il fallimento e la distruzione improvvisa di quanto costruito col tempo, procede sempre oltre, non si arresta mai, perché agisce in nome del meglio.

Ebbene, “in questo duplice atteggiamento dello spirito, aperto all’ottimismo ma non chiuso al pessimismo, sta il punto di equilibrio della democrazia critica”[9]. In definitiva ci troviamo di fronte un’ideale serio e maturo che suggerisce la realizzazione di un sistema politico e sociale a misura d’uomo, rispettoso dei limiti e delle potenzialità umane.

4.4 L’uomo nella democrazia critica

Zagrebelsky sostiene che i cittadini, in un regime democratico critico, detengono “il potere supremo di orientare il governo della cosa pubblica”[10], tuttavia aggiunge che non è illimitato. Come ho già affermato al paragrafo 3.3 la divinizzazione del popolo, riassunta nella formula latina «vox populi, vox dei», non dà esiti desiderabili se a conti fatti il nostro obiettivo è la convivenza pacifica, il bene comune, la realizzazione e difesa dei principi liberali e dei diritti fondamentali dell’uomo.

La democrazia critica rinuncia dunque all’immagine dell’uomo infallibile e onnipotente, per proporne una che è dignitosa e fedele alla realtà: l’uomo è limitato e tuttavia è in grado di orientarsi verso il bene. Mi viene in mente una citazione letta in un libro di Luca Mercalli[11], è dell’economista Kenneth E. Boulding e recita così: “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista”. Sebbene sia riferita ad argomenti di diversa natura, ovvero alla crisi climatica ed economica e alla limitatezza delle risorse naturali, è riferibile anche al problema che sto analizzando: l’uomo in quanto essere naturale ha i suoi limiti e questi non devono essere superati e trasgrediti, in quanto è impossibile e controproducente, ma accettati e sfruttati positivamente.

Rinunciando alla deificazione superba dell’uomo che lo eleva a piccolo dio in grado di intervenire tanto sulla materia quanto nelle dinamiche sociali, la democrazia, quella imperniata sulla prudenza e la mitezza e animata dallo spirito critico, si astiene dal prendere decisioni definitive e inoppugnabili e sa rifiutare l’acriticità e l’idea di super-uomo. Se non lo fa, lo spirito delle possibilità e dei cambiamenti volti a realizzare il meglio è vanificato.    

5. Conclusione: la democrazia oggi

Nel novembre del 1947 Winston Churchill nella camera dei Comuni dichiarava che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora.” Una posizione realista quella del celebre politico inglese, dacché implicitamente ha ammesso che la democrazia presenta limiti e imperfezioni, mentre oggi, come ho dimostrato in questo scritto, vi è una forma dominante di democrazia, quella acritica, che viene saziata e dissetata giorno dopo giorno proprio con l’idea fallace che, invece, la risposta democratica alla questione della governabilità è necessariamente infallibile e ovvia. Nella nostra epoca è ormai evidente la lenta regressione della libertà e della democrazia – lo riporta anche l’Economist[12]– e per quanto possa valere il mio punto di vista penso che non possiamo permetterci di tentennare e rimanere indifferenti dinanzi al vuoto ideologico che ci attraversa. Sicuramente un errore che abbiamo fatto è quello di esserci arrestati nella democrazia, cioè è come se una volta arrivati al traguardo avessimo deciso di lasciar andare le cose; da sempre abbiamo considerato la democrazia come qualcosa di estrinseco, fuori di noi, talvolta l’abbiamo reputata troppo lontana e inarrivabile per poterla anche soltanto contemplare, quando la verità è che la democrazia è intrinseca: noi siamo la democrazia e noi la facciamo e la alimentiamo. È difficile ammettere la verità, ovvero che prima abbiamo fatto nostro un ideale e poi lo abbiamo martoriato, distrutto e abbandonato perché è diventato un peso morto deplorevole. L’occidente, in particolare gli Stati Uniti, quel grande esportatore di democrazia e guerre, quella piovra immensa che, piano piano, raggrinzisce nel suo territorio circoscritto, vede ora il suo tramonto, dopo anni passati a creare i semi della disillusione. I potentati sopravvissuti attorno sembrano invece risplendere sotto il fulgido sole d’oriente, tutti adornati di stemmi adulatori e inni sciovinisti. Come dèi piovuti dal cielo, i giganti del ventunesimo secolo si dileggiano tra loro, ignari che sotto, qualche gradino più in basso, orde di cittadini esprimono la loro rabbia e frustrazione, il loro odio e le loro paure. Forse non siamo finiti tanto lontano da quello che è l’ancient régime, quando Maria Antonietta, secondo la leggenda, gridò “s'ils n'ont plus de pain, qu'ils mangent de la brioche”[13]; ovvero quando la vita si svolgeva in verticale, uno sopra l’altro, lo schiavo che rende conto al suo padrone, e non a se stesso; quando la lotta per la libertà si faceva col fuoco e la polvere da sparo; quando la menzogna politica generava irruzioni nei palazzi altolocati e spargimenti di sangue per terra e per mare. No, non siamo andati tanto lontano. Il cittadino globale, gettato in questa corrente di forze dure e contrastanti, si trova così senza radici, senza stipiti a cui aggrapparsi, senza direzione, e la democrazia, dopo averla vista ingessata nel potere economico, venduta ai mercati finanziari, tutta intenta a fare guerre, che non necessariamente si fanno soltanto con le armi ma anche, e soprattutto, con l’avidità e la vanità, ora non gli sembra proprio più credibile. A fare la differenza, però, non saranno le soluzioni semplicistiche di chi mira a una politica pragmatica e opta per azioni immediate. La differenza, quella autentica, la stessa che è in grado di apportare benefici indistintamente a tutti, la fa lo spirito critico, l’atteggiamento prudente e mite, la fede nell’uomo. La differenza la fa il libero pensiero.    


  [1] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 46.   [2] Robert Dahl, Sulla democrazia, p. 69   [3] Robert Dahl, Sulla democrazia, p. 84   [4] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 8   [5] Robert Dahl, Sulla democrazia, p. 70   [6] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 4   [7] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 129   [8] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 130   [9] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 130   [10] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, p. 135   [11] Luca Mercalli, Prepariamoci, p. 135-136   [12] Si veda: https://infographics.economist.com/2018/DemocracyIndex/   [13] “Se non hanno più pane, che mangino brioche.”