Fu il leggendario fisico John Tyndall nel 1859 a dimostrare sperimentalmente l’esistenza dell’effetto serra scoprendo che il diossido di carbonio trattiene calore. Più specificamente l’esperimento misurava l’assorbimento infrarosso della CO2, ovvero dimostrava che i legami della molecola assorbono e propagano energie a lunghezza d’onda infrarosse provenienti dal sole, quindi ostacolano il flusso di energia dalla superficie verso lo spazio. Nel 1896 il chimico Svante Arrhenius si chiese se la temperatura media del suolo può essere in qualche modo influenzata dalla presenza di gas serra. Dopo numerosi calcoli e misure, arrivò alla conclusione che una quantità doppia delle concentrazioni di diossido di carbonio nell’atmosfera incrementerebbe notevolmente la temperatura media del pianeta. Roger Revelle e il suo collaboratore Hans Suess nel 1957 affermarono che gli esseri umani, oggi, stanno conducendo un esperimento geofisico su larga scala, e che l’aumento di CO2 è al momento sicuramente limitato, ma se la combustione fossile industriale dovesse continuare a crescere esponenzialmente, nel giro di pochi decenni il risultato potrebbe essere preoccupante. Nel nuovo millennio un rapido tracollo finanziario globale ha colpito duramente la società nella sua interezza, rivelando solo successivamente la sua vera natura; in realtà non è altro che il mosaico di diversi squilibri – economico, politico e climatico – tra loro strettamente uniti da un fenomeno comune: la pericolosa dipendenza degli uomini dai combustibili fossili, della quale tenterò, in questo scritto, di fare un’analisi con l’intento di riuscire a riflettere sulle possibili soluzioni che possiamo attuare per salvare il pianeta Terra dalla fame distruttiva dell’uomo.

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L’Azienda Terra

Al Gore nelle prime pagine del suo testo Il mondo che viene, sei sfide per il nostro futuro introduce un concetto molto attuale e interessante, quello di Earth Inc. o Azienda Terra. Le tradizionali formule politiche e teorie economiche paiono oggi obsolete e irrilevanti di fronte alla realtà in cui ci troviamo, caratterizzata da un’economia iperconnessa, strettamente integrata, interattiva e rivoluzionata dalla tecnologia.

Per la prima volta il mondo è comparso nella sua interezza, e più precisamente come una singola entità integrata e olistica, il cui modello economico ha determinato la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova, l’emergere di una realtà inedita, con dinamiche e impulsi diversi. Gore sostiene che due sono i cambiamenti fondamentali caratterizzanti l’Azienda Terra, e sono il robosourcing – che consiste nella trasformazione del lavoro umano in uno automatizzato, affidato all’intelligenza artificiale – e l’outsourcing – che, invece, consiste nel trasferire il lavoro, parzialmente o completamente, dai Paesi di origine ad altri. Dal punto di vista produttivo, i due processi risultano convenienti. Tuttavia chi li mette in pratica non sempre si rende conto dell’impatto che hanno sull’occupazione. Ed è indubbio che l’Azienda Terra ha fallito nel dare più importanza al capitale tecnologico che al valore del lavoro umano.

Ma c’è da considerare anche un altro punto di vista, altrettanto serio e importante, ed è quello ambientale. Difatti, il modus operandi proprio del sistema del mercato globale presenta un difetto sostanzioso, e oserei dire anche fatale, ed è il

Quasi totale rifiuto di includere un qualsivoglia riconoscimento delle maggiori esternalità, a partire dalla mancata considerazione dei costi e delle conseguenze di quei 90 milioni di tonnellate di gas serra che ogni giorno vengono scaricati nell’atmosfera del pianeta.
Al Gore, “The Future: Six Drivers of Global Change”, trad. it. a cura di D. Didero, p. 75, ed. Rizzoli, 2013

Così, l’emergere dell’Azienda Terra e i cambiamenti da essa apportati ai tre fattori di produzione, e cioè al capitale, al lavoro e alle risorse naturali, devono indurci a riflettere che, probabilmente, il capitalismo è in piena crisi e che, forse, ha addirittura fallito.

L’Azienda Terra e la crisi climatica

Il potere crescente e il successo inarrestabile dell’Azienda Terra insieme all’incremento degli attuali modelli di consumo per certi versi distruttivi, e alla mancanza di una coalizione mondiale dedita al controllo e all’applicazione di leggi internazionali in materia ambientale, hanno fatto sì che l’inquinamento non fosse più soltanto l’ombra di un problema da tempo esclusivo delle generazioni future, ma diventasse una questione attuale e grave più che mai, una minaccia che inevitabilmente danneggia ogni giorno in via fatale noi, in quanto civiltà umana, e l’integrità dell’equilibrio climatico.

Il riscaldamento globale non è più, quindi, uno scenario fantascientifico che gli esperti, da sempre poco credibili alle orecchie dei più scettici, da decenni hanno indicato come un problema reale e pericoloso. E tuttavia ancora oggi, nonostante siano aumentate le catastrofi ambientali causate principalmente dall’innalzamento della temperatura media terrestre, siamo lenti a riconoscere il problema nella sua interezza e, anzi, contribuiamo a complicarlo ogni istante che passa.

Date tali circostanze, sarebbe alquanto riduttivo parlare di ignoranza, di egoismo bieco o di pigrizia reiterata; forse dovremmo riflettere più a fondo sul modo di reagire agli eventi che abbiamo ereditato dai nostri antenati, ossia sulla nostra capacità di identificare e valutare soltanto le minacce e i problemi dagli effetti immediati, e con estrema difficoltà e lentezza quelli le cui conseguenze sono percepibili soltanto nel lungo periodo; o forse dovremmo incolpare più semplicemente il nostro attuale e irrinunciabile stile di vita occidentale, adottato a partire dalla rivoluzione industriale e aggravato nel corso del tempo dall’emergere di numerose nuove esigenze. O forse sono entrambi gli aspetti ad averci paralizzati in questo status di inerzia distruttiva.

Nel 2013 Al Gore scriveva che bruciamo combustibili fossili

per l’85 per cento dell’energia che alimenta l’Azienda Terra, riversiamo ogni ventiquattro ore 90 milioni di tonnellate extra di inquinamento correlato specificamente al fenomeno del riscaldamento globale
Al Gore, “The Future: Six Drivers of Global Change”, trad. it. a cura di D. Didero, p. 386, ed. Rizzoli, 2013

Nel 2016, invece, indicava già 110 milioni di tonnellate. E tutto quell’inquinamento ha l’effetto nefasto di ingabbiare il calore nell’atmosfera, la quale è come una discarica a cielo aperto per le industrie e, al tempo stesso, un miracoloso, irriproducibile guscio sottile che ci protegge dalle minacce esterne e permette quindi la vita sulla Terra.  

Possiamo fare qualcosa per risolvere la crisi climatica? Sì, dice Al Gore, ma solo se prima prendiamo piena consapevolezza del problema, se facciamo della lotta all’inquinamento e della salvaguardia dell’ambiente, e quindi della salute umana, delle priorità assolute. Gore, poi, fa una rivelazione interessante: in questa crisi climatica c’è anche un’opportunità implicita, non solo un pericolo estremo. Ovviamente non esiste una soluzione taumaturgica, rapida e tecnologica per un problema tanto importante ed esteso e che, oltretutto, richiede molto più dell’adozione di politiche verdi e della tassazione inderogabile delle emissioni di gas serra; è infatti necessaria una strategia planetaria che tocca più aspetti delle attività antropiche. Si può partire, ad esempio, convertendo in tutto il mondo gli attuali sistemi energetici ad alta emissione di carbonio e particelle inquinanti in altri che sfruttano le risorse rinnovabili.

Sebbene lo sforzo che si prospetta ora e negli anni a venire possa sembrare molto arduo, vi è una notizia positiva: il successo delle energie rinnovabili degli ultimi anni ha portato a una riduzione dei prezzi dell’elettricità ricavata dall’irraggiamento solare e dal vento, al punto che in certe parti del mondo fanno concorrenza alle tariffe della tradizionale rete elettrica! Possiamo facilmente immaginare che più energia ricaviamo dal sole più i costi diminuiranno, e invece più carbonio e petrolio consumiamo più i costi delle rinnovabili aumenteranno. È necessario, dunque, convertire possibilmente tutta l’energia tradizionale in energia pulita, il cui carburante è naturalmente illimitato. E questo non è di certo un fattore da sottovalutare.

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Un consenso globale

La transizione definitiva verso modelli energetici sostenibili dev’essere favorita mediante la costruzione di un consenso politico globale, forte abbastanza da affrontare nuove politiche ambientali e superare i problemi climatici all’ordine del giorno.

Se l’imperativo ecologico è quello di non inquinare, quello economico dovrebbe essere la fissazione di un prezzo di mercato per le emissioni di inquinamento attraverso, ad esempio, un’imposta sul carbonio uguale per tutti. In generale porsi dei limiti non è mai facile, e fissare un tetto molto basso per le emissioni di CO2 e altri agenti inquinanti può sembrare qualcosa di difficile da rispettare, in particolare per i Paesi in via di sviluppo poco virtuosi che giustamente vogliono raggiungere lo stile di vita proprio del mondo occidentale; esistono però meccanismi di mercato che possono favorire un’economia attenta all’inquinamento, grazie, ad esempio, a un’allocazione equa ed efficiente delle spese per l’adattamento ecologico.

La soluzione alla crisi climatica può diventare in definitiva qualcosa di rivoluzionario per la civiltà umana; dunque non è solo una serie di sforzi che ogni singolo Stato ha il dovere morale di praticare con costanza e fiducia; alla fine rappresenterà indubbiamente un progresso fondamentale per la conservazione della civiltà umana così come la conosciamo. L’alternativa è quella di non fare niente e lasciare che il pianeta Terra venga continuamente deturpato, sfruttato e contaminato fino a raggiungere un livello di inquinamento estremo per il quale non sarà più possibile risanarlo, e non ci sarà più alcun modo per tornare indietro.

Solidarietà tra le nazioni

Stati Uniti ed Europa negli ultimi centocinquant’anni hanno potuto predominare sul resto delle economie mondiali. Ma prima della rivoluzione industriale, che ha permesso appunto agli Stati occidentali di fare lunghi passi in avanti mentre quattro quinti della popolazione rimanevano indietro, le economie più forti erano localizzate principalmente in Asia, in particolare in Cina e Giappone dove nel corso dei secoli XVI° e XVII° sono stati intrattenuti ottimi e proficui rapporti commerciali con gli Stati europei, come l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia.

Oggi sembra che sia di nuovo la Cina, e gli altri Stati in via di sviluppo come l’India, a guidare il carro dell’economia. L’accesso alle nuove tecnologie ha infatti permesso all’Est di potersi affermare nuovamente. Tuttavia sono proprio queste economie emergenti a emettere più quantità di gas inquinanti.  Inoltre con il popolare processo di outsourcing, molte nazioni occidentali hanno deciso di allocare la produzione di beni in questi Paesi dove i costi sono inferiori, dove cioè l’inquinamento non è tassato. La Cina oggi è di gran lunga la massima responsabile delle emissioni, dove, per fare un esempio, è localizzata la produzione di un quarto delle automobili americane. L’India e gli altri paesi emergenti o sottosviluppati, per riprendere le parole del premio Nobel Jean Tirole, seguiranno a ruota, ma a loro volta con un impatto sul riscaldamento globale.

Sarebbe illegittimo biasimare questi Stati in via di sviluppo per quello che (non) stanno facendo; è un loro diritto, in fondo, chiedere di poter accedere a livelli di vita che l’occidente ha già raggiunto da tempo attraverso modelli economici che oggi sappiamo non essere sostenibili. Tuttavia questo non significa che il resto del mondo non è coinvolto, che deve far finta di niente e guardare entro i limiti del suo cortile. Il mondo ha davvero il dovere morale e la necessità economica pratica di assistere queste nazioni nell’adattamento, dice Al Gore.

L’occidente, cioè, deve essere solidale nei confronti dell’oriente ed entrambi devono arrivare a formare una coalizione che, con perfetta concordanza di idee, sa prendere decisioni legislative per salvaguardare l’ambiente e, naturalmente, supportare i paesi in via di sviluppo nel difficile processo di adattamento.

Ci si crogiola nell’attendismo, dichiara Tirole nel suo libro Économie du bien commun:

non solo gli Stati Uniti fanno sforzi del tutto insufficienti per decarbonizzare le industrie, i trasporti o le abitazioni, ma le centrali a carbone […] viaggiano, in molti paesi, con il vento in poppa.
Jean Tirole, “Économie du bien commun”, trad. it. a cura di S. Arecco, p. 215, ed. Mondadori, 2016

Bisogna dunque mettersi all’opera subito, e lo ammette anche Al Gore, perché se non iniziamo rapidamente a ridurre l’inquinamento da riscaldamento globale, le conseguenze saranno così devastanti che in ultima istanza l’adattamento si rivelerà impossibile nella maggior parte delle regioni del mondo. In realtà le elevate emissioni di gas serra hanno già cominciato a causare cambiamenti nell’andamento della circolazione atmosferica, oltre a siccità prolungate e profonde in zone ad alta densità demografica, con effetti devastanti per l’agricoltura e non solo.

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Chi siamo?

Per poter analizzare il problema climatico, penso sia necessario anzitutto interrogare se stessi. Chi siamo? Siamo veramente la persona razionale emersa ed esaltata nel periodo dell’illuminismo? Ovvero, abbiamo davvero raggiunto una tale libertà mentale e individuale da poter comprendere lucidamente cos’è importante, cos’è moralmente giusto, cos’è eticamente corretto? Siamo o non siamo l’homo economicus descritto tanto minuziosamente dalla scienza economica, siamo cioè quell’

ipotesi semplificatrice secondo cui i decisori sono razionali e dunque agiscono al meglio del proprio interesse in base al grado d’informazione di cui dispongono?
Jean Tirole, “Économie du bien commun”, trad. it. a cura di S. Arecco, p. 132, ed. Mondadori, 2016

La risposta, secondo Al Gore, e che io condivido pienamente, è negativa. Di fatto, non siamo altro che il risultato di comportamenti che si sono forgiati nel corso dei secoli, che si sono trasformati e poi consolidati, e che ci hanno portato a essere la specie che siamo attualmente. Possediamo sì la facoltà razionale, questo è indubbio; tuttavia è connaturato in noi anche un tipo di sensibilità e reattività che non ha nulla a che fare con essa, e che, anzi, molto spesso l’annulla. In altre parole, siamo contraddistinti dall’uso, talvolta controproducente, dell’istinto viscerale di fronte a minacce che, dati i loro effetti a lungo termine, richiederebbero piuttosto l’uso della ragione.

E così, mentre il mondo cerca di guadare il fiume dei grandi cambiamenti generati dalla globalizzazione, dalle nuove tecnologie digitali, dalle scienze biotecnologiche, dall’alterazione dell’equilibrio tra potere pubblico ed economico, da una forma di crescita e sviluppo che ora come ora rappresenta una seria minaccia alla vita sulla Terra, la crisi climatica passa in ultimo piano, finendo per essere quindi un fastidioso ronzio a cui le nazioni faticano a prestare attenzione.

Crescita: una definizione errata?

Nell’economia di mercato globale le soluzioni all’inquinamento da surriscaldamento globale sarebbero più semplici e sicuramente realizzabili se attribuissimo al CO2, e agli altri agenti inquinanti, un prezzo. In questo modo l’esternalità negativa, e cioè l’inquinamento, prima invisibile e ignorata dal mercato, verrebbe ora sottolineata con forza e, quindi, considerata dagli agenti economici.  

Robert Kennedy nel 1968 fece un bellissimo e celebre discorso sul PIL, puntuale e attento, di cui vorrei riportare una parte col fine di fare chiarezza sul tradizionale e discutibile concetto di crescita:

Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l'anno, ma quel PIL - se giudichiamo gli USA in base a esso - quel PIL comprende l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine.

Un’osservazione molto acuta che segna un’importante linea di demarcazione tra democrazia e capitalismo, e che ha spinto e spinge ancora oggi l’opinione pubblica a interrogarsi su quali siano le decisioni da lasciare al mercato e quali invece quelle che devono essere prese esclusivamente nella sfera democratica. Inoltre Kennedy, mediante il suo discorso, ha sollevato una critica, dal mio punto di vista apprezzabile, al concetto stesso di crescita e di benessere così come li abbiamo sempre considerati. In questo caso ci interessa sapere se la crescita economica di un Paese mette in conto l’impatto che la produzione ha sull’ambiente e sulla salute umana. Il cielo, ma anche il suolo e il mare, sono spesso la culla di molte industrie in cui scaricano le scorie del loro processo produttivo. In modo particolare il cielo, che, come dice Al Gore, è una discarica a cielo aperto per la nostra civiltà industriale.  

Negli anni sessanta, Aurelio Peccei, un importante imprenditore italiano, si pose una domanda di fondamentale importanza per quanto concerne la crescita economica e quello che essa implica e non implica. Si è chiesto, cioè, se è possibile che la crescita basata sull’uso incurante di risorse naturali, minerali, petrolio, carbone, e sullo sfruttamento di foreste e suolo, con la conseguente produzione di scarti, scorie, rifiuti, e accompagnata dall’aumento esponenziale della popolazione mondiale, continui a crescere all’infinito, ed eventualmente per quanto tempo sono garantite sicurezza e benessere all’umanità. In altre parole, l’esaurimento delle risorse, l’incremento dell’inquinamento ambientale e le tensioni tra i popoli porterà mai a guerre e a un grave peggioramento della qualità della vita?

Il mito della crescita esponenziale è oggi poco credibile e occorre sfatarlo. A tal proposito c’è una frase audace e interessante, proferita nel 1967 dal famoso economista Kenneth Boulding, il quale ha appunto messo in dubbio il concetto di crescita dicendo che

Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista.
Citato in Massimo Gentile, “Senza identità: Riflessioni e ispirazioni contro l'individualismo”, Armando Editore, 2009
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Una sfida termica

Secondo il rapporto dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, in italiano Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) il cambiamento climatico oggi è già a più di 1 °C e aumenta di 0,2 °C ogni decennio; inoltre è stato stabilito nella COP 21 di Parigi che un riscaldamento da 1,5 a 2 °C è il limite massimo che possiamo accettare. Nel 2014 è stato stimato che, se non verrà posto alcun rimedio alla situazione climatica, la temperatura media aumenterà, prima della fine di questo secolo, da 2,5 °C a 7,8 °C. Un incremento spaventoso considerato che l’attuale livello di gas serra presente in atmosfera si sta già ripercuotendo sull’ambiente con effetti devastanti per l’agricoltura e la salute umana.

Jean Tirole ammette che limitare l’aumento a 1,5 o 2 °C rappresenta una sfida enorme, soprattutto in un contesto mondiale di forte crescita demografica e di legittimo desiderio, da parte di un gran numero di paesi, di accedere a un tenore di vita di stampo occidentale. Così, diminuire drasticamente l’emissione di gas serra al fine di stabilizzare, e magari riportare a un livello standard, la temperatura terrestre significa dover fare i conti non solo con l’economia e i processi produttivi della società industriale, ma anche con i nostri modelli di consumo dell’energia, con il tradizionale modo di costruire le abitazioni, di trasportare le persone, di gestire l’agricoltura, e così via. Anche se non significa fermare il processo, che è già in atto, è comunque necessario praticare queste politiche di attenuazione, a cui indubbiamente devono seguire quelle di adattamento, come l’allestimento di reti di allerta per le esondazioni, il rialzo di certi ponti in costruzione, la tutela di zone umide, i cambiamenti culturali per la gestione di migranti.

Una sfida economica

In ambito economico il problema climatico è un problema di bene comune. Jean Tirole è molto positivo a riguardo, soprattutto quando dice che a lungo termine la maggioranza dei paesi dovrebbe trarre importanti benefici da una riduzione massiccia delle emissioni globali di gas serra, dal momento che, sì, i costi dell’inquinamento non sono economici, ma anche sociali e geopolitici.

Dovremmo applicare una politica di tassazione per scoraggiare le emissioni di CO2 e dirigerci verso politiche verdi e tecnologie innovative. Gran parte degli economisti concorda sul tassare pesantemente le emissioni di CO2, perché è indubbiamente il metodo più efficace per orientare il mondo verso un’economia a basso contenuto di carbonio. Con l’introduzione di queste tasse i governi sarebbero in grado di mandare un segnale molto chiaro al mercato, che consentirà così ad imprenditori, e non solo, di ricercare la modalità a loro più conveniente per ridurre l’inquinamento generato dalle loro attività. Quindi, le tasse non rappresentano esclusivamente un’entrata per il governo, e per certi versi uno svantaggio iniziale in termini di guadagno per il settore economico, ma anzi sono un modo molto efficace per scoraggiare e ridurre quelle attività che sono oggetto di tassazione.

Naturalmente la tassazione dell’emissione di gas inquinanti dovrebbe essere seguita da riduzioni dello stesso valore in altri tipi di imposte. Al Gore, ad esempio, parla di un piano di rimborso che prevede l’invio di un assegno a ciascun contribuente. Così, chi riesce a ridurre le emissioni, di fatto guadagna del denaro che può investire in tecnologie alternative ed energie rinnovabili. L’alternativa è il sussidio. Anzitutto, i governi dovrebbero eliminare immediatamente e in via definitiva tutti i sussidi che incoraggiano l’uso di combustibili fossili, e favorire invece quelli che promuovono le energie pulite. Infine, questa politica, sostiene Al Gore, sarebbe ancora più efficace se fosse accompagnata da una tassa sul carbonio.

Jean Tirole, invece, dichiara che occorrono azioni specifiche e più precisamente indica i diritti di emissione negoziabili e la carbon tax. I primi sono un meccanismo che responsabilizza gli agenti economici rispetto all’inquinamento che producono. Tirole ne spiega il funzionamento nel suo libro:

Il potere pubblico fissa un tetto in merito alla quantità di inquinamento che è disposto a tollerare. […] Istituisce quindi un numero corrispondente di permessi, tuttora denominati diritti di emissione negoziabili. Qualsiasi agente economico deve allora essere in grado di presentare alla fine dell’anno un numero di permessi corrispondente alle sue emissioni nel corso dell’anno.
Jean Tirole, “Économie du bien commun”, trad. it. a cura di S. Arecco, p. 222, ed. Mondadori, 2016

Pertanto se il soggetto in questione non dispone di abbastanza permessi rispetto all’inquinamento prodotto, dovrà comprare la differenza o pagare una penalità. Se invece la quantità di permessi che possiede è superiore all’emissioni emesse, potrà rivedere il surplus al prezzo di mercato. Più specificamente l’obiettivo di questo meccanismo è quello di controllare a livello globale le emissioni mediante l’attribuzione di un volume a cui corrispondono dei permessi, e per tutti il costo dell’inquinamento corrisponde al prezzo di mercato. Ora, un’emissione extra toglierebbe all’industria virtuosa la possibilità di vendere un suo permesso e penalizzerebbe quella che ha inquinato, chiedendo il pagamento una somma equivalente al prezzo d’acquisto di un permesso.

La carbon tax, invece, è il pagamento per ogni emissione di una tonnellata di diossido di carbonio. Tuttavia il prezzo per il carbonio è troppo basso rispetto al prezzo che permetterebbe di rimanere sotto alla soglia di 2 °C. Dunque sarebbe necessario stabilire, usando le parole di Jean Tirole, una carbon tax dal valore pari a quello che viene chiamato «costo sociale» del carbonio, vale a dire il prezzo che comporterà, da parte degli attori economici, sforzi sufficienti per reindirizzarci lungo una traiettoria di riscaldamento climatico che non superi la soglia prestabilita.

È in questo modo, cioè costringendo gli agenti economici a pagare un prezzo fisso del carbonio, che è possibile internalizzare le esternalità negative delle emissioni di gas serra. Inoltre la fissazione di un prezzo uniforme porterebbe all’adozione di misure di attenuazione il cui costo, indubbiamente, sarebbe inferiore al prezzo del carbonio. In altre parole un sistema di prezzo unico diminuisce molto spesso il costo di disinquinamento della metà, o anche più, rispetto a soluzioni amministrate che creano regimi discriminatori tra settori o attori.

Un’altra possibile alternativa è l’intervento diretto dello Stato per controllare le emissioni di CO2, che abbinato a una carbon tax e/o ai diritti di emissione negoziabili può diventare un approccio molto efficace. Ad esempio, l’EPA – l’agenzia governativa per la protezione ambientale degli Stati Uniti – che, tra i vari compiti, ha anche quello di valutare se la CO2 dev’essere o no regolamentata per legge come inquinante atmosferico.

Ad ogni modo, è evidente che i meccanismi di prezzo, come la tassa, non possono essere nemici di una politica attenta alla crisi ambientale; anzi sono proprio loro la condizione necessaria e sufficiente affinché possa essere realizzata una buona politica ecologica. Tuttavia, a seguito di decisioni simili, si pone naturalmente una questione importante, quella delle diseguaglianze. Tassare il carbonio, infatti, può essere uno svantaggio importante per le fasce più vulnerabili della popolazione. La tassazione in questione implicherebbe una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, e ciò scoraggerebbe l’attuazione della carbon tax stessa. A livello internazionale, invece, i Paesi più poveri e quelli in via di sviluppo risentirebbero pesantemente di una politica simile. Per alcuni, infatti, l’adattamento rappresenta una sfida molto ardua, dati i costi elevati.

Secondo Jean Tirole si potrebbe promuovere una soluzione equa ma differenziata, e dunque un prezzo del carbonio alto per i Paesi ricchi e basso per quelli emergenti e in via di sviluppo. Tuttavia, ammette Tirole, attraverso il processo di outsourcing, molti dei Paesi sviluppati esporterebbero e delocalizzerebbero le attività industriali in quei paesi dove, appunto, il prezzo del carbonio è basso. Una buona risposta a questo problema è quella di aggiungere il costo delle riduzioni di anidride carbonica al prezzo di beni importati da un paese che non le richiede a uno che lo fa.  

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Una sfida politica

Alcune piccole comunità hanno dimostrato finora di essere in grado di disciplinare e controllare l’uso delle risorse locali comuni. Si tratta di modalità informali che aiutano a gestire il problema del free rider, che invece si rivela molto più difficile a livello globale, giacché le parti in causa coincidono con i sette miliardi di abitanti del pianeta.

Attualmente non esiste un’authority internazionale dotata del potere di attivare e far rispettare un approccio classico di internalizzazione dei costi. Il traguardo più importante da raggiungere in fretta, quindi, è la creazione di una coalizione per il clima, formata dai grandi inquinatori di oggi e di domani. La mancanza di un organo di controllo internazionale porta le politiche nazionali a decisioni che, inevitabilmente, fanno l’interesse individuale: di fatto gran parte dei Paesi ricchi delocalizza la produzione verso quelli poveri e meno responsabili, e questo nella pratica consiste in una redistribuzione della produzione e della ricchezza senza, però, trarre alcun beneficio di tipo ecologico.

Se non vengono duramente penalizzate le emissioni di carbonio dei Paesi che inquinano di più, e se i Paesi ricchi esportano il loro processi produttivi, necessari a sostenere e incalzare il ritmo dei consumi della loro società, proprio in quei Paesi meno virtuosi, dalla crisi climatica non se ne può uscire tanto facilmente; mentre un accordo internazionale, dettato da un consenso globale, può indubbiamente risolvere in parte la questione, ed è sicuramente l’unica alternativa politica che possiamo mettere in pratica.

Ogni accordo internazionale, scrive Jean Tirole, deve soddisfare tre criteri: efficacia economica, richiamo al rispetto degli impegni ed equità. Si parla di efficacia economica quando tutti i paesi, in questo caso, applicano lo stesso carbon price. I richiami consistono in sanzioni per chi non rispetta l’accordo, quindi per ostacolare il problema del free rider. L’equità, invece, può essere realizzata mediante un meccanismo di trasferimenti forfettari.

Il protocollo di Kyoto

Simbolicamente è stato fondamentale ai fini di un risveglio culturale e di una spinta verso orizzonti alternativi e sostenibili. Tuttavia alcune lacune, come si sa, non hanno permesso di raggiungere l’obiettivo originariamente stabilito, quello cioè di una riduzione significativa dell’emissione di gas serra. Per la precisione il protocollo di Kyoto è un trattato internazionale redatto nel 1997 ed entrato in vigore soltanto nel 2005. I Paesi firmatari si impegnavano a ridurre le emissioni di agenti inquinanti, come anidride carbonica, metano, ossido di azoto, di una percentuale non inferiore all’8%, rispetto alle emissioni riportate nel 1985, tra il 2008 e 2012.  

Al momento della firma i Paesi partecipanti erano responsabili del 65% delle emissioni totali. Tuttavia nel 2012, a seguito della mancata ratifica degli Stati Uniti, si ritirarono importanti economie mondiali, come il Canada, la Russia e il Giappone. Da quel momento il protocollo copriva appena il 15% scarso delle emissioni mondiali.

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La COP 21 di Parigi

La COP 21 è una grande conferenza che si è tenuta a Parigi tra novembre e dicembre del 2015, il cui obiettivo era quello di firmare un accordo globale per limitare l’aumento della temperatura media terrestre a 2 °C. L’accordo stabiliva che le misure avrebbero dovuto avere inizio soltanto un mese dopo che almeno 55 Paesi, e per almeno il 55% delle emissioni di gas serra, avessero firmato.

Tuttavia, l’accordo non sembra assicurare grandi risultati ma solo buoni propositi, in quanto si fonda essenzialmente su offerte volontarie di contribuzione alla lotta ai cambiamenti climatici; sì, è stato fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni ma il quantitativo è esclusivamente volontario. Pertanto, sebbene la COP 21 appaia come una svolta storica, giacché il piano stabilito è ambizioso e tuttavia equilibrato, presenta forti limitazioni in quanto fondata soltanto su promesse e non impegni inderogabili. Il vero problema è che alla prassi del volontariato consegue l’inevitabile problema del free rider, alimentato dagli egoismi e interessi nazionali. Ora, l’accordo prevede che il mondo, dal 2050, non dovrà più produrre alcuna emissione di gas inquinante, ma se gli impegni dei singoli Paesi non vengono disciplinati pare seriamente difficile raggiungere l’obiettivo.

In ogni caso, la COP 21 presenta uno scenario positivo e inedito, dal momento che è stato finalmente riconosciuto con rigore politico il problema delle emissioni, ed è stato anche stabilito l’ambizioso proposito di ridurre enormemente l’inquinamento, oltre ad essere stata ammessa la necessità di collaborare e aiutare i Paesi più in difficoltà.

Una sfida sociale... e spirituale.

Rimane il fatto, estremamente positivo, che da alcuni anni c’è più consapevolezza da parte dell’opinione pubblica per quanto riguarda i cambiamenti climatici. Molti Paesi – ricchi e poveri – hanno mostrato infatti la volontà di indirizzarsi verso politiche sostenibili di lotta contro il surriscaldamento climatico.

L’intraprendenza di molti imprenditori e amministratori delegati sta portando a un cambio di rotta, in direzione di tecnologie nuove e alternative. Così, la popolarità delle energie pulite ha dato prova di essere una validissima risposta al problema e ha generato un calo sostanziale dei costi.

L’informazione, oggi, è sicuramente migliorata rispetto a decenni fa, quando la questione climatica veniva archiviata come un’invenzione fantascientifica. Oggi al problema ambientale si pone maggiore attenzione specialmente a scuola, da cui è importante partire per costruire le basi di una società futura più attenta e scrupolosa. Il rischio che si corre, e cioè quello di cadere nella disinformazione o nell’informazione errata, naturalmente rimane. Le risposte superficiali e le soluzioni additate dai più come impossibili o troppo ambiziose meritano sicuramente attenzione, perché è importante ricordare che la soluzione alla crisi climatica non può essere né facile né impossibile; piuttosto è una questione estremamente difficile cui però abbiamo l’obbligo morale, e non solo, di risolvere al più presto.

È bene considerare che nella risposta alla crisi ambientale devono confluire molte più scienze di quante siamo soliti immaginare. Oltre alla climatologia, all’ingegneria e all’economia, sono necessarie anche la sociologia, l’antropologia, la filosofia, la botanica e la zoologia. Oggigiorno siamo abituati a misurare ogni cosa in termini economici, soppesando razionalmente i costi e i benefici di quanto sperimentiamo. Nella mente umana dell’uomo moderno è come se l’«essere importante» fosse necessariamente sinonimo di «essere utile». Ma se osserviamo da vicino la nostra vita quotidiana, possiamo concludere che è veramente tutto calcolabile? Quanto vale, ad esempio, la tristezza di un profugo costretto a lasciare il suo posto a causa della siccità? Che prezzo ha lo scioglimento dei ghiacciai delle nostre montagne? È calcolabile il valore della vita di quei milioni di uomini, donne e bambini colpiti da malattie terminali causate dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo?

Occorre, dunque, un mutamento di paradigma riconducibile non soltanto al nostro attuale modello finanziario ed economico, o a quello ecologico e ingegneristico. Il vero cambiamento deve interessare ed emergere anzitutto dalla sfera culturale e spirituale; parte dall’individuo, il quale con consapevolezza comincia a perseguire atteggiamenti virtuosi perché sente e sa che sono validi, autentici e contribuiscono al bene della comunità, e arriva così a interessare la società nella sua interezza.

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Conclusione

In ultima istanza, quella a cui ci troviamo di fronte è una sfida storica da cui non possiamo tirarci indietro, una minaccia per la quale, se non operiamo subito, chi ci rimette seriamente saranno le generazioni future e la nostra unica casa. Dovremmo rinnovare il sistema sociale ed economico ponendo le basi tecnologiche e culturali necessarie per allontanarci dalla nostra dipendenza dal carbone e dal petrolio, e per avvicinarci quindi alle energie rinnovabili il cui «combustibile», di fatto, è illimitato.

Se non agiamo in fretta, l’adattamento sarà veramente impossibile. Occorre dare nuovi impulsi all’economia attraverso sostanziosi investimenti da parte dello Stato. Ancora non viene sfruttato a dovere il potere dell’economia di mercato. Di fronte alle politiche ecologiche e alle strategie economiche ecosostenibili, non possiamo permetterci di sollevare ancora dubbi sul rischio di un danno all’economia o di rifiutare l’utilizzo dei meccanismi di mercato volti a risolvere questa tremenda crisi globale, perché l’uomo consapevole e libero, quando si trova nelle condizioni di sapere cosa è necessario fare per difendere il bene comune, si ingegna per trovare la formula migliore per uscire dal problema che lo tormenta. Così ha fatto in passato, così farà anche questa volta.