L'ha detto spesso. Sì, lo ha detto allo zio, al libraio e a qualcun altro che ora non ricordo chi sia. Ha detto a voce spiegata che questo tempo non è sufficiente. All'ultima persona che l'ha detto, però, aveva la voce spezzata, non più spiegata. Non lo biasimo per le lacrime fatte colare sul pavimento color panna, in una mattina di freddo rigido, e non posso negare di aver provato un'emozione insolita, lontana dalla solitudine, nel vedere le sue gote rigate da una dozzina di stelline piene di luce sotto fulgidi lampioni al neon; in quel frangente, che vorrei poter dimenticare perché ci siamo dati l'arrivederci più sofferente (per ora), la gente ruotava indistintamente attorno a noi, compiva cerchi frenetici che sembravano più che altro un rito atavico, una danza pittoresca volta a celebrare non la sconfitta ma la vittoria dell'amore sulla noia. Perché è di questo che si tratta la nostra storia.

Quando ci siamo riuniti, è stato come innamorarsi una seconda volta. Non me lo aspettavo, onestamente, perché quando sei innamorato senti che l'amore che provi è già di per sé ai massimi livelli. Non può evolversi ulteriormente, pensi. E invece, baggianate! Quando l'ho visto uscire dalla porta a scorrimento automatico, le gambe sono diventate come due ghiaccioli sotto il sole rovente; quando poi si è avvicinato, il ghiaccio era ormai liquefatto. Il sole, il mio sole, premeva contro di me. Ho subito nascosto la mia faccia nella sua spalla e ho sentito il profumo della sua pelle, così buono e unico, il segno riconoscibile dell'uomo che amo tra una calca di persone indistinguibili. Non so dire con certezza se in quel momento ci fosse della gente nei dintorni a celebrare il nostro simposio d'amore. Penso di sì, penso di no. La verità è che quell'attimo, sospeso nel vuoto dell'eternità, non conserva dettagli tecnici né un ordine temporale; i nostri piedi hanno fluttuato al di là della scocca del mondo finendo in una voragine onirica. Incredibile! Incredibile! Non ci credo che sei qui, gli ho detto a più riprese, lui intanto disegnava sorrisi candidi sul volto accaldato dal sentimento che gli avevo appena restituito. A un certo punto gli avrei voluto chiedere, come puoi tornartene a casa, un giorno, sapendo che ti ho dato tutto questo amore, pesante come la vita?, ma non l'ho mai fatto.

Non mi stupisce se ora una sciarpa di dolore mi stringe il collo fino a farmi soffocare. Mi stupisco di ben altro, semmai. Tipo che l'amore è così feroce e potente, si intercala nella vita delle persone senza permesso, senza ragione. Non bussa la porta, la butta giù. E non ti lascia prendere tempo, piuttosto ti chiede di essere impulsivo. Soffrire è una forma di partecipazione attiva all'amore. Non sembra faticoso, semplicemente lo è. E forse la cosa più faticosa è accettare la sofferenza come parte integrante dell'amore.

Così, se l'amore, povera bestia!, tenta costantemente di determinare un equilibrio, significa che dopo una lacrima c'è sempre un sorriso, esattamente come dopo un sorriso c'è sempre una lacrima. Il punto d'equilibrio, il punto zero, che l'amore vorrebbe stabilire tra una lacrima e un sorriso, è un annullamento, cioè la noia – la noia dell'esserci, la patetica prevedibilità dell'altro, la linea sottile e retta di una storia che non ha più niente da raccontare. Ma l'amore si estingue, si distrugge nel punto d'incontro ovvero nell'equilibrio tra le due passioni – il sorriso e la lacrima. E allora perché fermare questa ferocia, questa folle danza, questa incontrollabile oscillazione che conduce a due estremi che sembrano opporsi, ma che in realtà hanno tanto in comune, e cioè il volersi bene più spietato e leale del mondo? Perché fermare tutto ciò se farlo significa favorire la sconfitta dell'amore?

Meglio dunque continuare a indossare l'altro come un bellissimo talismano al proprio collo e remare sul dorso delle onde senza fermarsi mai.

09 Jan 2019