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(L'ignoto) Silvio D'Arzo e la quotidianità

L’altro giorno sono andata in biblioteca e per l’ennesima volta ho gettato lo sguardo su un libro dal titolo [Case d’altri e altri racconti](http://amzn.to/2dQzz0z) – una raccolta di racconti di Silvio D’Arzo. Silvio D’Arzo è un nome e un cognome che, nella mia vita, ho sentito ripetere con fare ostile e annoiato da molti studenti – non perché lo avessero letto ma perché una scuola superiore, a una manciata di chilometri da casa mia, porta proprio il suo nome e cognome. Ma in teoria Silvio D’Arzo andrebbe ricordato per altri motivi: Montale infatti ha definito “perfetto” uno dei suoi racconti e, oltretutto, i suoi scritti sono tra i più belli e importanti della narrativa novecentesca.

Eppure Silvio D’Arzo rimane l’Ignoto per antonomasia. Per mia fortuna, però, l’altro giorno ho avuto abbastanza curiosità da sfilare Casa d’altri dallo scaffale, andare al banco, chiedere alla bibliotecaria di passarlo al PC, tornare a casa e leggerlo nel giro di qualche ora. L’ho sbucciato ed è come se avessi preso l’umanità intera e avessi cercato in un qualche modo di sezionarla. Non ci sono riuscita, però. È come se avessi fallito una grande impresa, è come se Silvio mi avesse chiesto di fare uno sforzo decente e più potente, mentre io mi sono limitata a uno stridulo conato.

In una bruma di sentimenti genuini, di pensieri tradizionalistici e di una noia calva Silvio mette tutto se stesso, tutta la sua essenza. È uno scrittore che voglio ritenere tanto importante quanto Calvino, Buzzati, Svevo e Pirandello, perché come nessun altro è stato in grado di lasciar passare un messaggio lirico ed elegiaco ma dal contenuto infelice e significativo. In Casa d’altri e altri racconti ritroviamo personaggi vecchi, abitudinari, il più delle volte esilaranti, vicini e al tempo stesso lontani tra loro, e che, intrecciando le loro esistenze in un’unica treccia narrativa, sono sospinti verso un destino universale: la pacata e quotidiana infelicità. E le circostanze che accompagnano ogni parola disegnano fitte nebbie, freddo pungente, spazi selvatici, lontananze troppo ampie per essere riempite, aria d’Emilia, piogge d’Emilia e quotidianità d’Emilia.

Con parole semplici e potabili, Silvio D’Arzo ci ricorda come il mondo riesca sempre a essere misero nei suoi modi semplici: lo stesso mondo che è povero, ruvido e uniforme e in cui anche la guerra diventa sinonimo di quotidianità; la guerra che qui, come in ogni altro romanzo, non è altro che un lurido gioco che spedisce le persone lontano da casa, in posti sporchi, affamati, in posti dove è necessaria la presenza di mamma perché, dai, a che cosa serve uccidere qualcuno quando si potrebbe benissimo stare a casa, sui colli, tra la gente del proprio paese, a mangiare, a bere, a coltivare, ad allevare, a giocare a briscola? Ma poi ci sono dei tramonti ineguagliabili, dotati della forza suggestiva di qualcosa che lascia una traccia sbiadita, che ci fanno piangere e ci fanno provare pietà verso noi stessi al punto che dimentichiamo il motivo per cui siamo qua e non .

Ho letto Casa d’altri, o meglio, ho letto il cuore  di un uomo nato e (disgraziatamente) morto giovane, quindi eternamente giovane, e ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un grande mosaico chiamato umanità. Ho provato a sbucciarla, l’umanità, ma non ci sono riuscita. Silvio D’Arzo però ce l’ha fatta e per questo, con un senso di blando livore, mi chiedo perché nessuno legge Silvio D’Arzo.

Sara Marzi

Sara Marzi

Leggo. E guardo un sacco di film. Il resto del tempo lo passo a fischiare.

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