C’è una frase, che ho trovato in Paradiso e inferno di Stefánsson, che non mi va più via dalla testa, perché sembra più affermativa che interrogativa:

Che la morte sia la perdita del paradiso?

Il romanzo islandese cerca di spiegare la misteriosa questione della morte facendo leva sul valore e sulla potenza delle parole. Non si può negare che le parole abbiano il controllo della vita. Ne è un esempio questo romanzo: il giovane Bárður ha letto una poesia ed è morto di freddo. O meglio, è morto di freddo perché ha letto una poesia. Ucciso da un pugno di parole. Innegabilmente c’è un collegamento tra causa (poesia) ed effetto (morte), e non un’inutile congiunzione che, in questo contesto, non ha nulla da aggiungere. Semmai ha da togliere. Cosa? La vita, naturalmente.

Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma per lo spazio di un istante e diventa bella, limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie che ti portano a dimenticare, a dimenticare la tristezza, la disperazione.

Sembra sconsolante l’idea che una poesia possa toglierti la vita, il respiro. Che ti possa spegnere gli occhi, gli stessi che da blu cobalto tendono lentamente a una gradazione scura come la pece. Ma le cose stanno così. Perché la poesia ti porta dove le parole non arrivano, nemmeno i pensieri. Ti spingono verso l’essenza stessa della vita. E l’essenza stessa della vita non è qui. No, non può essere qui, su questa terra peritura, i cui organismi sono tutti destinati a morire. L’essenza autentica della vita è laddove c’è troppa luce da tollerare. E nessuno sembra volerlo capire.

Paradiso e inferno non è nient’altro che il tentativo — che personalmente si è rivelato un successo — dell’autore di elevare il lettore su un piano ontologico superiore: quello di essere dentro la poesia, specificatamente nella poesia in prosa; posso assicurare che non c’è niente di più armonioso e ameno che leggere parole tra loro connesse per mezzo di immagini, colori, sfumature che fluttuano di virgola in virgola creando una sorta di sfolgorio seducente. Come le scaglie lucenti del sole che, quando esso tocca l’orizzonte, vengono lanciate sulle creste del mare. In altre parole Stefánsson incolla il lettore al libro nutrendolo di giochi di parole e, al tempo stesso, trasmettendogli un messaggio che è un sinolo di umanità e divinità.

Ci sono parole che hanno il potere di cambiare il mondo, capaci di consolarci e di asciugare le nostre lacrime. Parole che sono palle di fucile, come altre sono note di violino.

Questa citazione tratta dal libro potrebbe essere il contenuto di una lezione di grammatica tenuta dal leggendario professor Keating (v. L’attimo fuggente, 1989). O un disperato quanto significativo inno di Roberto Savianoall’importanza della parola, del discorso, del racconto. Eppure, qui Stefánsson sta semplicemente riportando un fatto empirico, una verità finalmente risolta e svelata al mondo intero, quella che ha tolto la vita a Bárður: la bellezza ha il potere di farti dimenticare la vita, gli orrori della vita, quelli che ti fanno perdere un battito del cuore alla volta, fino a non sentire più alcuna martellata nel petto. La poesia ti porta la realtà sotto una forma più dolce, luminosa e delicata, ma mai ingannevole. E una volta che ne hai assaportato un pezzo, non puoi farne a meno. Devi continuare a leggere, scorrere i versi, prendere il respiro tra una strofa e l’altra. La poesia non finisce mai. Una volta che l’hai fatta entrare in te, ti rimane. E non servono sforzi per contenerla.

Nulla mia delizia, tranne te.

È il versetto che ha ucciso Bárður. E potrebbe uccidere qualsiasi altra persona al mondo che abbia voglia di estrapolare tanta bellezza da un solo verso, per fare di esso un mondo intero. Un mondo su cui camminare, con cui parlare, per cui lottare. Fino alla fine. In posizione fetale per conservare tutte le energie che mamma ti ha trasmesso e papà ti ha rinvigorito. Ma il corpo cede perché è perituro. Anche il mondo lo è. Ma chi è l’illustre che ha detto che il traguardo è per forza la morte? Dove sta scritto?

La verità è che il traguardo è la delizia. Quel posto, quella persona, quel segno che ti trascinano in un mondo che sembrava non essere tuo e invece lo è. La delizia, quella che puoi assaporare quattro o cinque volte nella vita. E quando la senti, la vedi, la percepisci, insomma quando la possiedi, cos’altro ti rimane da fare, nella vita?

Nulla mi delizia, tranne te. A Bárður. A Stefánsson. A chi ha voglia di comunicare la bellezza. A chi rende questo pianeta il Paradiso, quello vero, privato della Morte.