Perché leggere «Nelle terre estreme»

unpopular nov 24, 2019

Perché leggere e soprattutto far leggere Nelle terre estreme di Jon Krakauer? Probabilmente perché oggi più che mai abbiamo bisogno di leggere storie di vissuti intensi, originali, e al di là di questo forse dovremmo adottare archetipi di vita differenti, ovvero autentici, savi, illuminati dalla luce di un’armonia ristabilita con la cosa più importante di cui oggi - parliamoci chiaro - ci frega poco: la natura, la nostra origine tanto ripudiata nel nome di un progresso fatale e di una società fallata che abitua fin dalla nascita la sua progenie a obbedire allo stregone, al raccontastorie, al padrone ultimo di ogni desiderio, e cioè al denaro - inteso come fine, e non saggiamente come mezzo. Insomma a pochi di noi è veramente chiaro chi siamo. Che poi, non è necessario essere tanto estremi e definirsi scimmie-senza-pelo, perché il ragionamento mentale da compiere è decisamente più impegnativo e collocato a un livello spirituale superiore.

Chris in Alaska, 1992

Narrato prima dalla penna di Jon Krakauer e poi dall'equipe di Sean Penn, Christopher McCandless, che la strada battezza “Alex Supertramp”, è stato un giovane americano dallo spirito critico acuto e che, sebbene impreparato ad affrontare la natura selvaggia del Nord America, sulle orme di autori come Jack London, Henry Thoreau e Tolstoj ha perseguito e realizzato il vero ideale di felicità. In altre parole è stato il personaggio letterario che si è fatto materia viva - uscito direttamente dalla penna di Jack London.

Più precisamente, in questo libro troviamo considerazioni e informazioni dettagliate dei viaggi a piedi compiuti da Chris negli Stati Uniti. Jon Krakauer cerca in tutti i modi di difendere la libertà e quindi il modus vivendi nel cui nome Chris ha camminato e si è addentrato nella natura selvaggia dei grandi spazi americani, una libertà tanto osannata nelle canzoni, nei libri e in televisione ma, alla fine, tristemente invidiata, temuta e fraintesa. Vale a dire che non tutto il pubblico (di lettori e non) ha saputo rispettare le scelte fatte da Chris e quindi le conseguenze più o meno prevedibili, e nel momento in cui la platea ha sentenziato additandolo in modo superficiale come folle e cattivo esempio, ha tradito la Libertà - magari senza saperlo. Se c’è una cosa che Chris, come tanti altri esseri umani che hanno abitato questo pianeta, ha cercato di insegnarci è che noi non viviamo in funzione della superficialità, da cui inevitabilmente siamo tutti quanti - nessuno escluso - tentati e talvolta catturati, e appunto ciò non significa che siamo legittimati ad abbandonarci a essa, anzi, dobbiamo fare un piccolo sforzo e aggrapparci al prossimo masso per raggiungere altezze superiori, e da lì contemplare tutto quanto ci siamo lasciati alle spalle per diventare chi eravamo destinati a essere. In definitiva, noi non siamo nati per prepararci alla vita, ma per vivere a tutti gli effetti. La nostra stessa intenzione di vivere, dunque, deve tradursi nel grido primitivo di chi, dinanzi al Grand Canyon, porta i pugni verso l’alto, disegna col corpo la sagoma di un autorevole Joshua Tree e, inspirando a pieni polmoni tutta la bellezza da cui è pervasa l’America e il mondo, abbraccia il cielo.

La storia di Chris McCandless è indubbiamente la storia di una fuga dalla civiltà, di sperimentazione, ma è anche paragonabile a una rivoluzione spirituale, in cui a morire è l’ego sfarzoso e burbero, avvezzo alle cose materiali e non ai sentimenti e alle visioni profonde, e in cui alla fine, al di là dei detriti lasciati dalle battaglie combattute contro se stessi e contro le ipocrisie della società moderna, a trionfare è proprio la verità.

Consiglio la lettura di questa biografia, e per chi lo ha già letto la sua rilettura, indistintamente a tutti, anche ai ragazzini. Quando lo lessi, infatti, avevo quattordici anni ed è stato un libro decisivo che ha fatto tutta la differenza - perlomeno a quell’età. Oggi mi piace ricordarlo e menzionarlo come la storia che prova che, talvolta, gli ideali sono essenziali a guidarci verso mete che riteniamo fondamentali, e senza di essi saremmo smarriti nel buio di un mondo sconosciuto. Chiudo citando le parole di Everett Ruess, giovane esploratore americano a cui Chris sembra essersi ispirato:

Quanto a quando visiterò la civiltà, non capiterà presto, penso. Non mi sono stancato del deserto; piuttosto mi godo la sua bellezza e la vita vagabonda che conduco, sempre più intensamente. Preferisco la sella al tram e il cielo cosparso di stelle a un tetto, il sentiero oscuro e difficile, che porta verso l'ignoto, a qualsiasi strada asfaltata, e la profonda pace della natura selvaggia allo scontento generato dalle città. Mi dai la colpa allora di stare qui, proprio dove sento di appartenere e sono tutt’uno con il mondo che mi circonda? [...] So che non potrei sopportare la routine e il ronzio della vita che sei costretto a condurre. Non credo di potermi mai sistemare. Conosco già troppe profondità della vita e preferirei qualsiasi cosa a un anticlimax.

Nita

I'm a busy pale kiddo roaming out there in the world.