Tra il furore e la tenerezza

americana feb 24, 2020

Questa recensione è stata pubblicata in origine sul gruppo e sito web American Addicted, e tratta di un romanzo meraviglioso, ovvero “Furore” del famoso scrittore statunitense John Steinbeck, scritto e pubblicato nel 1939 ed è anche la sua opera più famosa e importante.

È stato piuttosto difficile scrivere adeguatamente di questo libro, e in realtà prima di pubblicare questa recensione ho pensato e riflettuto a lungo, poiché le mie parole sembrano essere tutto fuorché rappresentative della potenza e meraviglia di questa storia.

Route 66

Quando ho terminato la lettura di “Furore” ho provato una forte sensazione di smarrimento e nostalgia che, onestamente, non ho mai sperimentato con altri romanzi. Avete presente la scena de “Il lato positivo” in cui Bradley Cooper lancia fuori dalla finestra il libro che sta leggendo? Beh, per un secondo, ho voluto fare lo stesso, solo che la differenza sta in questo: io ho amato così tanto “Furore” e i suoi personaggi che mi sembrava un’eresia accettare di abbandonarli nella rete della mia memoria piuttosto labile, da cui mi auguro non possano mai evadere. Mi ero affezionata così tanto a loro, ai loro manierismi accuratamente descritti, alle loro disavventure e al loro fervido amore per la vita, che mi sono sentita un po’ triste a voltare l’ultima pagina.

“Furore” parla di Tom Joad e della sua famiglia di contadini che vive in Oklahoma ma che, a causa dell’arrivo dirompente dei trattori, dell’avidità delle banche e quindi della radicata diffusione ingestibile della proprietà privata, deve prender su quel poco che ha ed emigrare altrove, dove il lavoro esiste ancora e le possibilità di avere un’esistenza migliore sono reali. E qual è lo stato americano che più di altri è sinonimo di “terra promessa”? Naturalmente la California! Così, i Joad caricano il loro camion e guidano verso ovest, lungo la famosa strada nazionale 66, attraversando lande desolate e deserti roventi; è una famiglia che si scioglie lentamente lungo la strada, tra il sole che martella e la fame che scava profondamente nello stomaco, ma che sopravvive e resiste alla tentazione di arrendersi. La California per i Joad è il paradiso assicurato che sognano attraverso i tanti volantini e annunci di lavoro trovati lungo la strada, una landa dorata dove tutto è concesso, pure ai poveri come loro, ma è anche una speranza interrotta e inaridita dalla fatica del viaggio, dalle voci scettiche e disilluse di chi in California c’è già stato, e così la loro lenta e dolorosa peregrinazione si trasforma in un’odissea che fa indignare il lettore, inchiodato alle pagine completamente inerte.

Rabbia e tenerezza, furore e compassione — queste, più di altre, sono le sensazioni che John Steinbeck infonde nel lettore, ammaliato dallʼumanità dei personaggi raccontata con un talento e una perspicacia efficaci al punto da rendere Tom e la sua famiglia estremamente reali. Mi è sembrato, infatti, di esser stata con loro nel camion, mentre il figlio Al guidava lungo la sixty-six e lo zio John si lamentava di essere infelice. Ero lì, nella tenda e nel fango, quando la madre ha elargito alcuni dei consigli di vita più genuini, e la situazione mi sembrava così reale che ho avuto l’impressione di essere stata realmente di fronte a lei. E poi sono stata a fianco di Tom Joad, il mio personaggio preferito in assoluto, quando col volto tumefatto ha gettato lo sguardo nel buio freddo della notte e ha detto che se ne doveva andare da lì, perché era nei guai, ma ha subito aggiunto che sarebbe stato ovunque, in ogni luogo e in ogni persona che combatte contro il male, perché Tom Joad è molto più di un individuo fatto di carne e ossa, è lo spirito dell’umanità che non s’arrende, e mentre leggevo le parole di Steinbeck mi è sembrato — per un attimo — di poter immaginare seriamente i suoi occhi girare intorno e poi posarsi su di me, e tutto ciò mi ha fatto sentire in alto, come se fossi sulla punta di un dirupo, in bilico tra l’euforia e il terrore, ad altezze celestiali. So che tutto ciò non è reale, non è mai successo, ma è esattamente come quando sogni: incontri qualcuno, gli parli e magari lo abbracci, e quando ti svegli hai la sensazione di averlo fatto per davvero. Stessa identica cosa.

Mi piace considerare la lettura come un gesto rivoluzionario, ed effettivamente “Furore” è un libro ribelle, è la storia partorita dalla mente di uno scrittore talentuoso che però, nella sua finzione perfettamente strutturata, racconta con realismo fatti ingiusti accaduti in passato e che continuano accadere oggi; un libro che ha ovviamente disgustato i fascisti negli anni ‘40, che quindi ha subito i pesanti limiti della censura per molti anni ma che ha resistito nel tempo e oggi lo possiamo leggere nella sua forma originale, grezza; un libro che emoziona, coinvolge, anzi travolge il lettore al punto che questo si ritrova su un camion, a viaggiare di notte per non incontrare la polizia, a cercare un posto dove lavorare, a camminare sulle orme dei Joad sempre diretti a capo chino a ovest, dove sognano un sole più giallo e valli più verdi. E il lettore sa come andrà a finire, ma non vuole distruggere l’unica cosa che i Joad hanno, e cioè la speranza, perché loro sono con lui e sono uomini come lui.

Se volete innamorarvi della lettura, se volete indignarvi, se volete una storia vera, se volete conoscere la furia e la tenerezza dell’Uomo, allora leggete “Furore” di John Steinbeck. Poi fatemi sapere che ne pensate. Buona lettura a tutti!

Sara Marzi

I'm a busy pale kiddo roaming out there in the world.