Tra meno di cinquanta giorni non ci sarà altra musica che quella sprigionata dal confluire delle automobili nella I-5, l’autostrada che tratteggiando una linea verticale collega Los Angeles a San Diego. A due passi dal muro che lascia fuori dall’orizzonte il Messico, cercherò di immaginare tutta la distanza divorata dall’aereo, e mentre mi intrufolo nei cinema e nei diner penserò al resto del mondo che fuori m’aspetta. Mi dirò: sono su un pezzo di terra che non m’appartiene ma che ha bisogno di me, come di tutti gli altri, per essere – per avere significato. Allora i miei occhi si muoveranno in circolo al ritmo delle aquile, e la mia bocca assorbirà il sapore salmastro di cui tutto è impregnato. Tutto avrà un senso, alla fine. E non ci sarà più bisogno di dare spiegazioni, perché ogni cosa sarà al suo posto e risponderà al suo vero nome.

Alla domanda qual è il tuo nome io passerò in rassegna tutti gli scrittori ed esploratori audaci che ho conosciuto attraverso le letture negli anni passati, quegli autori eroici che hanno pattinato al di sopra del mondo con le loro parole taglienti come uncini, e saprò, saprò con franca desolazione che il nome non è niente, che è un abito e che in quanto tale copre alla vista dell’altro ciò di cui si è realmente fatti.

Niente stoicismi né riflessioni metafisiche riciclate, la verità è che ciò a cui tendo, ora e per sempre, è soltanto una mera e disinteressata sintonia con il resto, che un po’ insensatamente ho sempre ritenuto estraneo. La mia è un’esortazione convinta: spingetevi in alto come imponenti e bronzee guglie, cari pensieri! Non c’è niente di cui aver paura se non del limite che il nostro nome, inciso nel cuore del tempo, impone alla nostra personalità, alla nostra cara docile identità che dalla nascita è come costretta a sopravvivere in una forma che la rende statuaria, immune al fluire maligno del tempo.

Non mi contengo! Voglio vedere quanto a lungo mi posso smentire! E poi voglio vedere se qualche scintilla la faccio pur’io lasciandomi sbatacchiare una volta di più dalle turbolenze siderali dei vent’anni – che solo apparentemente sembrano senza fine. Chissà se scavando ancora un po’ di più riuscirò a trovare quel substrato irremovibile che nega l’accesso a ciò che è ulteriore – e oltre. Ah! L’oltre! Il grande e sconfinato e immenso e straordinario oltre, che come le lande piatte del Nevada alla fine non serba niente se non spazio.

Sulle note incoraggianti di King of the road, mi immagino che l’automobile mi cullerà lungo le strade d’America; al mio fianco il Pacifico si mostrerà ogni giorno nella sua bellezza, tutto pittoresco all’orizzonte, e il suo rispetto si rifletterà nelle alte onde blu cobalto che vengono a morire a intervalli regolari sulla costa, e sembrerà come che stia soltanto ritmando il tempo. Ma in realtà starà facendo molto di più! Oh...! Che storia assurda e inverosimile sarà vivere in quel trambusto primordiale di urla e ruggiti provenienti dalla flora assetata, e al tempo stesso riconoscere con beatitudine che tutto quanto fa parte di un sistema perfetto di fotoni e ossigeno – e molto altro – e che alla fine tutto quanto è famigliare proprio perché è vittima della medesima sorte: perire nel silenzio dei secoli. D’altra parte, cos’è la nostra singola esistenza di fronte al vento boreale del tempo, che quando soffia nelle nostre menti spegne la fiamma interiore di ognuno di noi e la raccoglie nell’eternità del suo ventre sconfinato, insaziabile e muto? Forse, soltanto un eco?

Ma fintantoché c’è il ruggito del mare, non ci sarà bisogno di pensare troppo; soprattutto non ci sarà bisogno di sbadigliare. Io ho sempre pensato che sbadigliare fosse un modo intelligente per rubare un po’ della vita che, davanti a noi, si offre succulenta e stupida. Eppure no! Lungo la battigia, a due passi dallo spettacolo magistrale messo in scena della vita terrestre e silvestre, non c’è bisogno di fare uno sforzo del genere, perché basta soltanto esserci. Alla vita basta questo.

Tutto quello che m’immagino è questo vagare perenne, teso all’estasi dell’amore autentico, alla vita pervasa da un raffinato erotismo, che ripropongo in ogni aspetto della mia minuta esistenza, e che tra meno di cinquanta giorni potrò realizzare in una forma tutta nuova, concreta e speciale, camminando cioè nella luce dei mentori adolescenziali che mi hanno forgiata nell’argilla cosmica di questa realtà folle e inarrestabile. Al cospetto dell’ossessione incessante per la vita sacra, io vagherò, e fino a quando ci sarà vera contemplazione estetica niente potrà affievolirsi nella noia della prima notte di quiete.

31 Mag 2019