L'America non poteva esser raccontata meglio che dalla penna di James Leo Herlihy, nel cui libro Un uomo da marciapiede prende respiro la storia di gente fallita e infelice, il ritratto suggestivo di un Paese che sembra mirare con ossessione all'ascesa sociale.

Downtown, Houston, United States

Da Albuquerque a Houston, poi su a New York per scendere nuovamente al sud, a Miami: il percorso che traccia il protagonista, Joe Buck, ha come obiettivo una nuova vita, fresca e limpida. In perenne fuga da se stesso e dal passato, Joe lascia il Texas per far fortuna a New York, dove – secondo i dettami della pubblicità e della televisione – tutto può esser lecitamente venduto, anche il proprio corpo. Nella città della Grande Mela, però, l'idealismo e l'illusione fanno i conti con la realtà: l'America con cui Joe ha a che fare è un lungo vicolo cieco gremito di gente problematica di cui la televisione non ha mai fatto menzione. Il suo sogno, dunque, si infrange in un attimo.

Si avviò al sottopassaggio della metropolitana di Times Square, dove, sopra le macchinette automatiche, c'erano molti specchi. Sentiva il bisogno di guardare la propria faccia, per scoprire se questo nuovo corso degli eventi fosse reale o immaginario. Un'occhiata gli bastò per sapere ciò che gli occorreva.

Alberghi e motel scalcinati, tavole calde che offrono cibo di pessima qualità, gente sola, abbandonata e crudele: che America è mai questa? Con stupore Joe e il lettore si accorgono che è l'America dei falliti, dei disadattati, degli sventurati – ma in definitiva non è tutta l'America. Ad esempio, non è l'America snob di Boston, quella cosmopolita di Los Angeles o quella benestante di Manhattan. È un mondo incastrato in un altro mondo, messo ai margini della strada, abbandonato a se stesso, privo di sostegno esterno; è una parte di universo che esercita una forza considerevole sul resto del sistema. Gravida di squallore, l'America di Joe, pur essendo priva di potere, è un'America che fa tutta la differenza.

James Leo Herlihy

E la vera differenza viene sottolineata dall'autore, Herlihy, quando dimostra attraverso le gesta di Joe che l'uomo, anche da solo, può diventare un uomo vero, riparato, completo. E se il sogno americano ribatte ringhiando che non c'è altro successo che quello personale e non c'è altra felicità che quella data dal denaro, l'autore ne nega la sensatezza. Sembra chiedersi: quindi l'America non è più il Paese dallo spazio sempre disponibile?, non è più il Paese difensore di diritti e privilegi a cui il resto del mondo guarda con ammirazione?

Ma che fare nella baraonda di un continente che pare impazzito e crudele? C'è una cosa che si può fare, dice Herlihy. Possiamo rinunciare a quel mitico sogno americano, ed essere felici con ciò che si ha e con chi si è. E Joe, effettivamente, fa lo stesso: una volta che ha preso consapevolezza dei suoi limiti e della realtà in cui è gettato, compie il faticoso e lodevole sforzo di accettarsi.

V'erano rari momenti in cui Joe si rendeva conto di come l'inquietudine che avvertiva nulla avesse a che fare con la monotonia delle giornate. In qualche parte dentro di lui v'era la coscienza che la monotonia non è qualcosa di reale: puoi fare sempre le stesse cose, percorrere le stesse strade, persino formulare gli stessi, noiosi pensieri, ma dentro di te, nel profondo, invisibili a te, le cose sono in continua metamorfosi, intente a lievitare fino a confluire e rendersi visibili. E allora finalmente ti accorgi che qualcosa è accaduto, e la tua vita all'improvviso è così diversa, che a stento puoi riconoscerla.

Attraverso una scrittura limpida e sincera, Herlihy ci offre l'opportunità di conoscere una vita che è tante vite. Una realtà che dev'essere sempre considerata come parte del tutto. Non è questa tutta l'America, naturalmente. Ma si possono intercettare elementi e dinamiche che fungono da sostrato di quella che è una società spettatrice di alcuni dei più grandi eventi mondiali. Una società che si sviluppa parallelamente – e in silenzio – alla storia dell'Uomo.

11 Jan 2019