Al principio della stagione più benevola, abbiamo dovuto di nuovo separarci. In un letto di narcisi candidi e balsamici, ho seminato il mio amore per te, e ora sto aspettando che arrivino le pesanti lacrime di pioggia aprilina che batteranno forte sui narcisi, i quali, doloranti, a un certo punto sfioriranno e protenderanno con tutto il loro splendore verso la terra, fertile del mio amore. Allora esso sboccerà e si eleverà al di là degli steli stanchi dei narcisi sfioriti.

Il mio diletto non porta la pioggia, lui rincorre i raggi del sole su un tappeto di fiorellini lilla, di un giardino creativo e generoso, e le sue parole, soffici e buone, sono come le preghiere di un bambino. La sua bocca, una cava saporita, tesse le parole più belle, che nessun altro sa esprimere. Il suo linguaggio è il linguaggio dell’amore, che tutti sentono ma che solo io ho il privilegio di comprendere.

Mi guarda in silenzio disegnando sul volto ambrato un sorriso precario, che a tratti sfiora la Beatitudine, a tratti il Dolore più disgustoso del mondo. Afferrandomi le mani, mi promette la luce gialla del sole, che ogni mattino, da quando io sono tra le sue braccia erculee, si intromette nella mia stanza e disegna rettangoli aurei sul pavimento bruno. Una luce che prima di farsi gialla è dello stesso colore della pesca, per diventare poi, verso le sedici, di quel colore intenso e gradevole che è l’oro, e che solo i saggi e i quieti sanno riconoscere e apprezzare. La luce che, ogni mattino, se il cielo è sgombro di nubi, è tanto abbacinante da dover chiudere gli occhi. Anche in quel momento, tutto quello che vedo è il giallo, l’oro della luce che rimbalza sulle palpebre serrate.

Quando il mio compagno (di vita) una mattina di queste se n’è dovuto tornare in America, il giallo se n’è andato insieme a tutti gli altri colori. I palazzi che cingono la zona della stazione apparivano plumbei come il cielo, e la persona gettata a terra, a chiedere l’elemosina, aveva i capelli brizzolati, e io salendo le scale ho ignorato chi fosse, che difficoltà potesse avere, ho ignorato tutta la vita che, in quel momento, era lì a fissarmi con sguardo indiscreto, perché mentre trascinavo i piedi verso la macchina, dando le spalle al mio unico amore, tutto ciò che per me esisteva era la mia immensa, indescrivibile tristezza, la mia indignazione per un Universo malevolo che ha avuto il coraggio di unire in eterno due cuori ma non ancora due corpi. Il mio ego solitario non era più dentro di me, era ancora appeso a quello del mio caro da qualche parte nel mondo, smarrito nell’estasi dell’amore che continua senza remore.  

Sono stati (soltanto) undici giorni che, ancora una volta, pur nella loro brevità mi hanno educata all’amore, al rispetto, alla pazienza, alla saggezza. Non è forte chi si dimostra possente e vigoroso, agile e furbo, ma chi, soffrendo – e quindi partecipando attivamente all’amore – sbanda, cade e poi si riprende. Chi sorge di nuovo come il sole. Chi cioè si confronta con la vita grezza.

Vorrei che potessimo godere sempre dell’esuberanza della vita. Vorrei che potessimo notare perfettamente, anche in questo momento, come l’Universo stia fremendo all’idea che io e te, insieme, un giorno realizzeremo l’apoteosi del nostro amore. Che infine sugelleremo l’unione eterna di me e di te.

04 Apr 2019